Fake#Factory@Festa del Cinema Roma

La Fake Factory, dopo l’exploit veneziano, raddoppia anzi
prova a triplicare alla Festa del Cinema di Roma, dove
sarà presente nella sezione “Extra” con “FRATELLI
D’ITALIA”, di Claudio Giovannesi, e nella sezione “New
Cinema Network” con la coproduzione europea “PHOBIAS”.

“FRATELLI D’ITALIA” DOCU – ITA – COLOR – DV –
DURATA
Regia di Claudio Giovannesi

Tre adolescenti di origine straniera nella stessa scuola.
Ostia e la periferia di Roma. Gli amori, i conflitti e le
identità.

Prodotto da Il Labirinto in collaborazione con Fake Factory
Con il sostegno della Roma Lazio Film Commission
Selezionato nell’ambito del Festival del Cinema di Roma
2009, sezione “Extra”.

Proiezioni:
19.10.09 - TEATRO STUDIO - ORE 20.30
20.10.09 - PETRASSI - ORE 16.30

“PHOBIAS” (Fobie)
di Tommaso Capolicchio e Federico Calamante

Un venerdì sera di una settimana come tante inizia un
nuovo weekend in Europa. Ma stavolta nell’aria pare
esserci qualcosa di diverso. Chissà, magari è solo
l’attesa dell’eclisse di sole che solcherà il
Vecchio Continente nel pomeriggio del sabato, mentre sono
già deflagrate antiche fobie…

Film a episodi

Produzione: IK Media srl (Roma), Fake Factory srl (Roma) e
Good World AB (Svezia)
Regia: Christian Angeli (episodio italiano)
Sceneggiatura: Tommaso Capolicchio (episodio italiano)

Produttore esecutivo: Roberto Bessi
Location: Italia/Svezia
Selezionato per la Fabbrica dei Progetti | New Cinema
Network del Festival del Cinema di Roma 2009.

27.07.2009: Fake#Factory goes to VENICE 2009

RAGAZZE, LA VITA TREMA di Paola Sangiovanni, prodotto dalla Metafilm di Laura Cafiero e co-prodotto dalla Fake Factory, è stato selezionato alle Giornate degli Autori, nell’ambito della 66° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Seguiranno aggiornamenti con le date di proiezione al festival. Fake#it-Real!

RAGAZZE, LA VITA TREMA

SINOSSI
Alessandra, Maria Paola, Marina e Liliana hanno provenienze diverse, geografiche, culturali e sociali e le loro vite si sono incrociate o sfiorate a Roma tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta.
I loro racconti di oggi in prima persona sono integrati da immagini di repertorio, provenienti da archivi audiovisivi in parte privati e inediti, vivide e presenti. E’ un raccontare in soggettiva. Il partire da sé formulato spontaneamente  durante la stagione del Femminismo e che si voleva alla base di un modo nuovo di fare politica,  diventa oggi  qui narrazione storica. Il racconto dell’idea di un mondo nuovo, germogliata simultaneamente in tutto il Paese in seno alla gran parte di una intera generazione, un mondo in cui “non ci fossero le violenze, le prevaricazioni degli uni sugli altri”, una narrazione svolta  seguendo il binario parallelo della storia delle donne. La presa di coscienza di sè in quanto donne, l’autocoscienza, gli amori, la violenza sulle donne, il divorzio, la contraccezione e l’aborto, il lavoro, il teatro e le radio libere, le occupazioni, il travaso delle esperienze personali in quelle collettive  per un mondo più umano, di donne e uomini, ragazze e ragazzi.

Un periodo di vita così entusiasmante, rivoluzionario nel vero senso della parola, laddove per tappe ottieni mutamenti, e mutamenti durevoli, che hanno cambiato il volto sia delle nostre vite che del paese in cui vivevamo e in cui viviamo” dice Liliana.

Certo probabilmente non era possibile fare una rivoluzione in Italia, sono stati fatti migliaia di errori, però in virtù di questi errori si è cancellato, si è steso un velo pietoso su tutto. Perchè si era arrivati là?“, apre Alessandra.

Le nostre ragazze rispondono idealmente alle ventenni e ai ventenni di oggi. E’ necessario ricordare, dare spazio e tempo alla memoria per sapere chi siamo.

SCHEDA TECNICA

genere: documentario

durata: 85′

formato riprese: HDV - repertorio audiovisivo: formati vari

formato di proiezione: 35mm

ideazione e regia: Paola Sangiovanni

una produzione: Laura Cafiero per Metafilm srl e Fake Factory Srl

con il contributo e il patrocinio della
Provincia di Roma
(Assessorato alle Politiche Economiche, Finanziarie e di Bilancio)
Con il patrocinio della Presidenza del Consiglio Regionale del Lazio
Paneikon e Gabriella Galluzzi
con il contributo di Paneikon, Gabriella Galluzzi e Banca Nuova

musiche: musiche originali  Giorgio Giampà

Repertorio musicale:

F. De André “Secondo intermezzo” e “Inverno

Nada “Ma che freddo fa

P. Piccioni “L’attico”

E. Pieranunzi “Just beyond the orizon

P.F.M. “E’ festa” e “Impressioni di settembre

A. Trovaioli “Profumo di donna

archivio audiovisivo: Aamod, Teche Rai, Homemovies, Acab Associazione Antonello Branca,  Radio Radicale, Radio Città Futura, archivi privati.

fotografia: Eleonora Patriarca

montaggio: Nicola Moruzzi

suono presa diretta: Maximilen Gobiet

montaggio del suono: Marzia Cordò, Daniela Bassani, Stefano Grosso

FAKE#book BECOME FUN or BECOME A FAN

Non giochiamo a calcetto, ma ci piace comunque sentirci GGiovani, con due gg e con molti reumatismi.

La fake#factory non rinuncia alla sua adultescenza e ti invita alla sua paGGina facebook dove potete trovare informazioni, escrescenze, indiscrezioni, ghiaccioli, news, foto e video della casa di produzione romana più amata dagli italiani e dagli abitanti del Lichtenstein che, non si sa perchè, ma ci scrivono almeno due volte al giorno. Solo per salutarci.

Venghino, signori venghino, ci trovate su:

http://www.facebook.com/pages/FAKEFACTORY/51373085789?ref=ts

Diventa fan. Ci ricorderemo di te a natale! (tranquillo non faremo regali etnici o fatti a mano)

fake#it-real09-domenica 22 febbraio rialtosant’ambrogio

Consapevoli che far cinema sia ormai più un atto di resistenza che un mestiere, stasera festeggiamo.

Nonostante la crisi del mattone, costruiamo.

A tip tap, con la stessa necessità di raccontarci e di raccontare il nostro mondo.

Festeggiamo Gomorra e Il Divo, con un inchino: figli violenti di un sistema sagace che soffre e respira a stento, con una classe dirigente sinistra, accorta ed occludente.

Che sfrutta, ingloba, sputa, feroce. Mantiene il potere.

Festeggiamo l’efferatezza di questo nostro meraviglioso paese.

Festeggiamo noi stessi, che nonostante l’evidenza, neghiamo l’evidenza, e mettiamo su pietre calce e scalpello. Soffiando sulle braci. Camminandoci sopra.

Un due. Passo dopo passo.

Senza nessuna protezione.

Consapevoli, con John Fante, che solo i pessimi scrittori danno colpe alle case editrici, facciamo burrasca. Battiamo sui tamburi. Respiriamo forte. Riprendiamo fiato..

Smontiamo le porte. Che a forza di sbattervi, si diventa Ulisse.

Osiamo.

Stasera ci opponiamo alle difficoltà, reagiamo agli strapoteri, fischiamo eccoci qua.

Ce la facciamo sotto dalle risate, perché siamo ancora qua. Leggeri e severi con noi stessi e con i nostri amici, perché nessuno di noi ceda all’attesa speranzosa o alla momentanea lusinga.

Festeggiamo gli anni ’10 che stanno per arrivare.
Ci riprendiamo il nostro tempo.

Perché un paese senza cinema è un paese per ciechi.

Sorridenti, sfacciati, talvolta altezzosi, arrabbiati, equivoci o seri, ma mai stanchi, invidiosi del successo altrui o con gli occhi a terra, festeggiamo il nostro compleanno.

Siamo forti tutti quanti e non è una affermazione ma un’esortazione. Guardiamolo negli occhi questo mestiere, questo paese, e beviamoci su, stasera.

“Me ne frego di Dio, se il Re è amico mio”.

Per il momento non ci facciamo amico né il Re né Dio. E vediamo cosa succede.

DOMENICA 22 FEBBRAIO 2009

RIALTO SANT’AMBROGIO  ore22


Fake#life of a Screenwriter GEMITI FASULLI E GRANDINE E CITTà

Gianluca ce l’aveva con me, e mi picchiava. Ma sua mamma, quando incontrava la mia, le diceva che faceva così perché, in realtà, mi voleva bene. A febbraio, per carnevale, c’era la festa al my way, la discoteca nella via di mia nonna dove lavorava mio padre. Mi facevo riservare un posto per me e i miei amici e, quando entravamo e vedevo la scritta “riservato”, mi sentivo un privilegiato. È una delle storie preferite di papà quella del my way. Dice che è andato li a fare domanda come barman, ma lui il barman non l’aveva mai fatto, e la prima sera ha fatto guadagnare al bar come mai prima. Poi il locale è fallito perché Guido non sapeva gestirlo, secondo papà, secondo Fiorenzuola, invece, papà è  stato licenziato perché offriva da bere a tutte quelle che lo guardavano per più di due secondi. Alla festa di carnevale, quell’anno, Fabrizio mi ha tirato le orecchie fortissimo e io mi sono messo a piangere. Con la pista fatta di luci anni 80 che si illuminavano alternate e tutti che se la spassavano e io che cercavo di non farmi vedere.
Io e Gianluca andavamo anche a catechismo insieme. Una sera ho visto un film alla televisione dove il protagonista buono veniva ipnotizzato o beveva un qualche intruglio, e diventava cattivo e diceva a tutti delle cose brutte. Il giorno dopo a catechismo ho fatto finta di essere quel protagonista e, insieme ad Eleonora, sono andato in giro gridando -Gianluca sei un trippone di merda vaffanculo croci ciccione del cazzo- con una voce roca che non era la mia. Quando Gianluca mi ha trovato mi ha sbattuto a terra e mi ha dato un calcio.
Quando mia mamma mi ha detto che aspettava una bambina eravamo in bagno, abitavamo ancora da mia nonna. Lei si stava asciugando i capelli. Le ho guardato la pancia. Era gonfia. Lei mi ha fatto sedere sul bordo della vasca e mi ha detto ti ricordi Cesare, quello che guida i pullman? Io sono andato da mia nonna, che stava lavando i piatti e le ho detto nonna! Hai sentito, avrò una sorellina! E lei ha detto at-la dit tò madàr? La prima volta che mamma mi ha fatto uscire con Cesare siamo andati in piscina al colle. Avevo 12 anni. Cesare non mi ha rivolto la parola per tutto il giorno. Anche io sono stato zitto. Quando ho chiesto a mia mamma perché, lei mi ha detto che, secondo lui, io ero la prova tangibile di una cosa che non sapeva accettare. Mia madre mi disse anche di non dire a nessuno della nascita di mia sorella.
Io l’ho detto subito a Gianluca. Era il mio super segreto. Lui ha alzato le spalle, non gliene fregava nulla.
Alle medie, per un anno, sono andato in mensa. Casa di mia nonna era li vicina, ma mi era venuta la fissa della mensa. Volevo andare insieme allo Zilio e a Tirotto e mangiare con loro. Non era niente di che. I risotti sapevano sempre della stessa cosa, qualsiasi fosse il “con” che seguiva. Una volta ci fu un bisticcio per le prugne secche che servivano come leccornia. A me non sono mai piaciute e la prof di disegno non se ne voleva capacitare.
La prof di disegno si chiamava Pezzotti e, nel rientro del pomeriggio, noi ragazzi ridevamo sempre come matti perché, regolarmente, si cagava addosso alla prima ora. Si avvicinava alla porta della classe e diceva toccandosi la pancia –ragazzi…ma la pizza… voi state bene? scusate- e usciva dalla classe e noi sentivamo i tacchi correre nel corridoio.
Ma la cosa bella del pomeriggio a scuola era che, prima di entrare in classe, molestavamo le ragazze. Dovevamo metterci dietro l’angolo altrimenti, dalla finestra, la madre di Riccardo ci vedeva. Prendevamo Lucia Savini in tre. Due la tenevano completamente ferma e il terzo, che spesso ero io, la toccava dappertutto. Al pomeriggio c’era ginnastica e lei aveva la tutta in fibra rosa dell’arena. Le cosce di Lucia Savini non avevano segreti per me. E la stessa sorte toccava anche alle altre ragazze della classe. Quando mi mettevo i ciclisti grigi un po’ aderenti passavo i minuti prima della ricreazione a farmelo venire duro poi, quando suonava la campanella, andavo da Alessandra Arturi, me lo abbassavo e glielo appoggiavo al culo. Lei strillava e mi inseguiva fino al bagno dei maschi.
È alle medie che io e GInaluca abbiamo iniziato ad allontanarci. Lui non veniva a Rompeggio, in campeggio con la chiesa ed era li che si facevano le amicizie che duravano tutta l’estate. Mio padre aveva ancora la casa nel vicolo e mi lasciava le chiavi. L’estate dalla terza media alla prima superiore è stata la più bella di tutte perché, dopo Rompeggio, la compagnia si era tutta trasferita a casa di mio padre. Lui era in Sardegna a lavorare e noi entravamo li di nascosto. Per me era diventata un po’ come la mia seconda casa. Nella casa nuova c’era Cesare che non mi parlava e mia sorella che strillava e mamma che sapeva solo dirmi per favore, pazienza, così io me ne andavo spesso a mangiare, da solo, nella casa del vicolo. Verso le tre e mezza arrivavano gli altri, e stavamo li a non fare niente. Bevevamo il liquore al mandarino e ascoltavamo un po’ di musica.
A casa di mio papà è dove ho portato Maria Duci, la primissima ragazza che ho mai baciato. L’ho conosciuta in campeggio, piaceva allo Zilio e lei era bella di faccia, ma con il culo grosso. Abbiamo pasturato, come si diceva ai tempi, per una settimana, poi salta fuori che lei se ne deve andare prima, perché va 20 giorni in Spagna con i suoi. Così viene Francesca a dirmi guarda che c’è Maria che ti vuole baciare. E in pochi secondi tutto il campeggio sa che io e Maria ci dobbiamo baciare. Tutti, compresi gli educatori. Duccio, che non so quanti anni avesse all’epoca, mi si mette davanti e mi segue dappertutto, impedendomi di limonare per la prima volta. Quando gli chiedo perché, che male c’è, lui mi risponde che è così e basta. Riesco a spuntarla e mi ritrovo davanti al bunker (una stanza isolata del campeggio) con Maria che mi aspetta. Io mi avvicino, so che la devo baciare, e non so che faccia fare, così mi viene fuori il sopracciglio alzato di papà, lei si mette a ridere, mi si avvicina e mi bacia. Ha un sapore da far schifo. Ma il rumore della lingua mi fa impazzire. Nei giorni dopo mi tocco come un folle muovendo le labbra come se stessi baciando.
Tornato a casa trovo già lettere di Maria dalla spagna che non vede l’ora di tornare, ma a me non me ne frega già più niente perché a me piace Silvia Savoretti, e non penso ad altro. Maria torna una sera, e la porto a casa di mio papà. Ci sono anche Chito e la Pamela e il Taglia. C’è una partita dell’Inter. Il taglia guarda la partita mentre Chito limona con Pamela, mentre io limono con Maria. Stabilisco che la puzza insopportabile del suo alito è uguale allo zampirone. Quando lo racconto a mia mamma c’è li anche Cesare e mi sembra che accenni ad un sorriso. Il giorno dopo, in piscina, decido di lasciare Maria. La prendo in disparte, e ho 15 anni e le dico “siamo di due mondi diversi”. Lei si mette a piangere. Scopro che ha le mestruazione, e che quindi non può fare il bagno. Passo metà della giornata in acqua, con le dita che mi perdono sensibilità.
Intanto, Gianluca, a casa di mio papà non ce lo faccio venire. Quando suona facciamo finta di non esserci. Dico agli altri di mettere le bici lontane dalla porta, così non capisce, e quando insiste mando qualcun altro a dirgli che siamo già in troppi. Un giorno chiama me il pippo, lo zilio e tecchia e ci chiede se, per favore, può fare parte del nostro gruppo. Dice, ci promette, che non sarà manesco. Gli altri sembrano anche possibilisti, ma io no, io non ce lo voglio Gianluca. E non lo dico a lui, lo dico dopo agli altri, quando dobbiamo decidere.
Alle superiori Gianluca va a fare agraria, io invece vado al tecnologico. Prendiamo pullman diversi per andare a Piacenza. Non lo vedo quasi più. Le uniche occasioni in cui lo incontro sono le partite di Calcio al campetto. Gianluca, che prima era un maritozzo, adesso va in palestra e tutti dicono che prenda la creatina, perché è dimagrito e sta diventando muscoloso. A calcio era una schiappa, invece adesso lotta su tutti i palloni, è quello falloso, quello che alza subito le mani, il piede fa ancora schifo, ma corre e rompe il cazzo. Io, ovviamente, perché poi ovviamente? ma ovviamente, faccio schifo a calcio. Quando si scelgono le squadre per ultimi rimaniamo sempre io e il Carpa, un ragazzo tutto secco che aveva sempre la maglia dell’olanda. Che cazzo di inferno quelle partite di calcio, chissà perché cazzo ci andavo.
Alla fine delle superiori Gianluca diventa solo un ricordo. Le partite di calcio sono finite. C’è l’università, e sento che Gianluca non la farà. No, ha iniziato a lavorare nei campi e nella tabaccheria della sua famiglia. A volte me la sogno quella tabaccheria, con la scaletta corta e sottile per andare ai piani superiori. Quando ci incontriamo, io e Gianluca, tutti e due ci trattiamo con superiorità. Credo che ognuno di noi si senta migliore dell’altro. No, non è vero. Non credo lui abbia un qualche pensiero nei miei confronti.
Un’estate di pochi anni fa salta fuori che Gianluca ha preso in gestione un locale notturno vicino al bowling. Non riesco a ricordarmi come lo chiama, prima si chiamava Cuba, ma sono sicuro che abbia cambiato il nome. Con i miei amici ci andiamo un paio di volte, ed è un posto tristissimo. Piantato in mezzo alla statale, con la pagliuzza sui cancelli a nascondere la nebbia e la musica alta a coprire il rumore dei tir.
E questa, è l’ultima cosa che so di Gianluca. Ah no, c’era anche che stava con una molto buona, che però lo cornificava regolarmente. Ma niente di che.

Già ieri sera mi sentivo triste. Con la mia ragazza che quando le parlo si addormenta perché è stanca e se provo a dirle qualcosa mi dice che devo fare il bravo in questi 15 giorni, che c’ha l’esame. Solo dopo realizzo che, forse, se avessi detto qualcosa di più interessante non l’avrei fatta addormentare. Insomma, comunque, triste. E Stamattina, quando mi sveglio, c’ho già una cosa che non mi fa sorridere. Non la smette di piovere. Camera mia è come se fosse già alle sei di sera. Ho la nausea del mondo del cinema e di tutti i suoi paraculi e penso sono solo due anni. Faccio domanda come inserviente in una mensa scolastica, ma non ci credo veramente. Amo solo piangermi addosso. Come questa frase. Come i porno con i gemiti fasulli che guardo un po’ e poi spengo con la mano sporca.
Ho guardato fuori dalla finestra aspettando il tuono dopo la luce. Grandina, e mi è tornato in mente Gianluca. E mi sono chiesto: cosa starà facendo? È felice adesso? È più felice di me? Starà nella tabaccheria? Sarà suo quel grosso Suv che ci ho visto davanti l’altro giorno? E poi ho scritto quella prima frase. E ho iniziato a ricordare e mentre ricordavo sono venuti fuori gli altri nomi, e mi sembra impossibile, ma è come se tutti si fossero persi. Non solo dentro di me, ma anche nella realtà. Non mi credete?
Guido, il proprietario del My Way, è in galera per spaccio; Fabrizio è gay, ha una lancia y colorata, e vende scarpe. Eleonora è scomparsa da Fiorenzuola e ogni volta che torna dicono sia o anoressica o drogata. Sicuramente non sembra felice. La prof d’arte è morta per un tumore all’intestino. Lucia Savini ha avuto problemi con la droga e con la separazione dei suoi genitori. Adesso la vedi in giro, un po’ sedata, un po’ eccitata, ma quando beve due bicchieri, ti confessa che se la vede veramente brutta. Alessandra Arturi, che aveva il reggiseno strano, adesso lavora in un ufficio da cui deve uscire almeno ogni ora, altrimenti si sente soffocare. Maria Duci è ingrassata di brutto. L’ho sentita ancora quando ero alle superiori e mi faceva delle telefonate porno, con io che la prendevo in giro insieme a Tecchia, e lei che stava insieme ad uno che l’andava a prendere a scuola in mititrebbia. Credo si siano sposati. Duccio, l’educatore, fa qualcosa legato all’informatica. Tutte le mattine prende il treno delle 7.04 per andare a Parma. Quando penso a lui mi viene in mente il freddo del binario. Il Carpa non so che fine abbia fatto.
Ma cosa è successo? È la pianura? Sono io? O i gemiti fasulli e la grandine e la città? E allora mi dico, è impossibile. È impossibile che tutti sembrino tristi. No, è impossibile, così mi sforzo, con gli occhi stretti, e con Guido che in galera si è fatto degli amici veri, con Fabrizio che ha un fidanzato premuoroso e che ama trovare la scarpa che calza alla perfezione. E la Prof, che prima di morire sorride e sorride anche Lucia vedendo che sua madre trova il coraggio di andarsene. C’è Maria che forse aspetta un bambino, forse è per quello e Duccio che non gli spiace affatto prendere il treno, anzi, magari sul treno trova la donna della sua vita e il Carpa, che è felicissimo da qualche parte e Gianluca, Gianluca che veramente mi picchiava perché mi voleva bene, perché ci teneva a me e io..io.. che adesso mi alzo, vado al frigo, e mi bevo un succhino all’albicocca tutto d’un fiato, fino a quando la canuccia non sorbaccia, fino a quando non smette di grandinare.

Fake#life of a Screenwriter WOMEN

Quando ci siamo svegliati nevicava. Sono a Fiorenzuola.
A Roma, con lo scooter, sto tornando a casa. Sull’Aurelia c’è una coda che non finisce più. Canticchio una canzone di cui non ricordo le parole mentre sorpasso a destra le macchine. Mmm, mmm. Sento una frenata e un piccolo botto, rallento e vedo che le macchine non sono ferme perché c’è traffico, ma perché un huski, bellissimo, sta attraversando lentamente. Il sangue gli cola dalla bocca aperta. Riesce a raggiungere il bordo della strada e li si accuccia. Posteggio lo scooter e mi avvicino al cane.
Lo sento morire fra le mie braccia. Gli occhi bianchissimi.
La nostra macchina è coperta da venti centimetri di neve. Sofia con l’ombrello inizia a spostarla. Io da dentro la macchina, al riparo, la osservo. Vorrei ricordarla sempre così. Impegnata, concreta, utile, mentre mi sorride e mi prende in giro perché sono un incapace. Ci sediamo in macchina vicino. Lei è preoccupata perché farà tardi a lavoro, e non vuole. Cerco di calmarla ma mi ripeto che, anche se non ci riesco, fa lo stesso.
La prima volta che ho conosciuto Elena ero nella sua cucina. Non ricordo il motivo. Ci eravamo presentati pochi minuti prima. C’era molta gente in casa sua e pochi bicchieri. Uno ha bevuto da una tazza. Lei sorridendo gliel’ha tolta e gli ha dato un bicchiere. Gli ha detto, scusa, quella è la mia tazza per la colazione. Poi l’ho vista nella sua cucina, mentre lavava la tazza e la riponeva con il manico esattamente così. L’ho vista ogni mattina, ogni giorno fare sempre la stessa cosa, con la pelle d’oca sulle gambe perché si è scordata di accendere il riscaldamento.
Quando ho 7 anni mia mamma mi lava i capelli. Abbiamo un registratore di cassette che appoggiamo sul cesto di vimini dei panni sporchi. Ascoltiamo Masini e ghigniamo perché mamma cambia le parole e dice cazzo al posto di qualcos’altro. Quando mi asciuga i capelli appoggio la mia testa alla sua pancia calda. E mi sento protetto e felice. Poi andiamo a dormire. nella cameretta insieme, ridiamo perché sentiamo mio nonno che fa le scuregge nel bidet, che fanno puiiiiii. C’è una madonna di porcellana sul comodino.
15 anni dopo la romperò con Sofia, mentre facciamo l’amore e siamo impacciati e vorremmo fare quelli presi dalla passione, ma siamo soltanto goffi. Quando abbiamo finito e lei si pulisce con lo scottex la sborra che ha sulla pancia, io la guardo negli occhi e le dico “stai sempre con me, per favore”.
Cinque anni dopo quando Elena va in bagno, io mi spoglio e mi faccio trovare con il pisello fuori. Mi sforzo di avere un’erezione come si deve, ma sembra non funzioni bene. elena copre con la mano gli occhi quando torna, ma poi si avvicina lo stesso. Mi guarda. Ha gli occhi verdi.
Si inginocchia davanti a me. E così rimane. ora
La prima volta che ti ho vista non è la prima volta che ti ho vista. Eri alla cassa del supermercato e mi hai chiesto se ti andavo, di corsa, a prendere una scatola di fagioli, che te li eri scordati. Quando sono tornato ti ho vista aspettarmi, ed eri la cosa più bella di tutte, perché i tic tac i tronky i kinder vari i rasoi e anche il rullo, tutto si armonizzava per te. non me lo scorderò mai.
Io e sofia festeggiamo il nostro primo anno insieme il giorno del santo patrono, quando tutto il paese è pieno di rumore. Noi rubiamo una bottiglia di vino dalla cantina della mia vicina e ci prendiamo delle castagne. Era l’anno che andavano di moda i cappotti lunghi, e Sofia ne aveva uno che non le stava. Piccolina, con il cappotto lungo, sembrava una bambina con la giacca della mamma. Ci siamo messi sul viale della stazione e abbiamo iniziato a bere il vino. Lei mi è venuta sopra e ha usato il suo cappotto per coprirci mentre facevamo l’amore. Ora sofia sta lavando i piatti. Ha cucinato per me, e dopo mi ha detto vuoi che lavo anche i piatti? Le ho risposto di sì. Intanto io penso al cappotto rosso di Elena, buttato sulla sedia in fretta, perché voleva spogliarsi per me. È in ginocchio. Le spingo la testa verso il mio. Sofia sciacqua con cura un ultimo piatto e lo appoggia agli altri, messi male, franano nel lavabo. Elena mi stringe fra le sue labbra. Non riesco fare a meno di notare le smagliature sulle mie cosce. –no, non posso, mi spiace.- e si alza. Ma non va lontano, va al muro davanti alla poltrona. Mi alzo con i pantaloni abbassati, piccoli passi stupidi con la cintura che clanga contro il pavimento. Mi avvicino a lei da dietro, la stringo. Le dico ora voglio che ti alzi la gonna, ti abbassi le mutande e mi dici scopami. Glielo ripeto, dolcemente con la voce sottile, scopami, continuo a ripeterlo, scopami, mentre lei si abbassa le mutande. E si china verso di me. Mi abbasso e sento
mia mamma
che torna a casa tardi la notte. Non riesco a dormire. ho 10 anni. Lei ne ha 27. È ubriaca, so ora, allora, nel lettino, sentivo solo un odore strano. Si infila sotto le coperte. Io non le faccio vedere che sono sveglio, aspetto perché voglio farle prendere spavento, ma quando decido di alzarmi la sento piangere. Un singolo singhiozzo alla volta. Poi si alza e va in bagno. Vomita. Torna a letto. Il giorno dopo le chiedo come sta. Ha detto bene e mi ha abbracciato.
Ti ho vista dormire nel mio letto. Perché mi sono svegliato molto prima di te. eri rossa come le lenzuola. E muovevi la bocca leggermente, ritmica. Avevi la mano posata sul cuscino. Avrei voluto appoggiarci la mia, stringertela e darti così il buongiorno. Ma ti sei svegliata, e io mi sono tolto. Quando ti sei alzata hai ricominciato a fare finta di niente, mi hai preso in giro perché avevo una riga di sudore sulle mutande e poi ti ho portato sullo scooter fino al centro. Ho sbagliato strada due volte. Sei scesa e ti ho accompagnato fino all’ingresso. Mi hai detto ti chiamo quando esco, ma sapevo che non ci saremmo più visti. Quando sei scomparsa ho fatto una foto ad una coppia di anziani seduti sotto un albero. Mi sono sembrati… soli.
Elena sorseggia il terzo mojito che stiamo bevendo. Ce l’hanno portato in un bicchiere più piccolo e ho fatto finta di essere brillo dicendo ehi avete ristretto i bicchieri. La cameriera mi ha sorriso, dice che ha controllato e questi sono più larghi, quindi è uguale, molto più simpatica lei di me. Sento la mano battermi sul tavolo, drogata. Guardo Elena. So che vogliamo scopare. Lei è tenera e sa di frutti di bosco. Le voglio parlare: -Sai cosa? Cioè questo scrivere no? Io so che è un lavoro di artigianato, una cosa che ti alzi la mattina alle otto, ti metti li e scrivi fino alle 5, come un lavoro normale. Io li odio quelli che vogliono fare gli artisti ma è anche vero che
il pompino che elena mi fa è troppo breve e non riesco assolutamente a venire. Io invece riesco a farla venire con le dita, così si sente in debito, dice ridendo e mi si siede in braccio. Inizio a menarmelo ansimando. Mi sforzo di non vedermi, lei ansima vicino a me, dolce, empatica. Le dico se mi metti la lingua in bocca vengo, lei me la mette, ma non è vero, allora continuo a menarmelo e, alla fine, vengo quando riesco a vederla un po’ da lontano, con il seno premuto contro di me, bionda, gemermi accanto e penso sono fortunato.
Sofia è qualcosa che rimane. Dopo tutto, dopo qualsiasi cosa, rimane. E la gente questo non lo capisce. Mi chiedono dopo dieci anni non la ami più, senza il punto interrogativo. E io vorrei spiegargli che è come respirare. Se solo pensi a quanto è bello quando lo fai dopo che hai trattenuto con le guance gonfie, allora capisci quello che provo io quando torno e la vedo aspettarmi in stazione. Ma respiri tutti i giorni, e lo fai sempre senza pensarci, se ci pensassi sarebbe una stanchezza insopportabile. Sofia è l’aria, sofia è una parola che rimane ferma sulle dita perché ne assaporino il gusto fino in fondo.
Io e Sofia siamo sdraiati a letto uno vicino all’altro. Non siamo andati alla macchina, non siamo andati a lavoro, c’era troppa neve. Ce ne siamo fregati di tutto, e anche se non è vero, mi piace pensarla così. Si sfila gli occhiali, sotto tante coperte e la sento addormentarsi calda vicino a me. –è anche vero che, quando scrivi, qualcosa di tuo ci finisce dentro no?- Sofia annuisce con gli occhi chiusi –ed è come qualcosa che si fissa, per sempre. Ora quello che mi sto chiedendo io è: come faccio a scrivere se sono cambiato? Come faccio a riscrivere qualcosa che ho scritto un anno fa se ora sono una persona completamente diversa?- -perché dici che sei una persona diversa?-
Mangiamo a tavola tutti insieme. Mia mamma si è svegliata alle sette per preparare l’arrosto. Vedo i segni sui suoi polsi e penso che non è vero che non è riuscita ad ammazzarsi, penso che c’è riuscita benissimo. Questa è la sua morte. Tutti noi siamo la sua morte. E, giorno dopo giorno, mi importa sempre meno vederla ingobbire, lamentarsi, invecchiare. Sono brutto.
Sono brutto perché quando ho visto Elena nuda non mi sono sentito in colpa. Anzi, ho pensato, guarda un po’ qui cosa sono in grado di combinare.
-perché dici che sei una persona diversa?-
sono brutto perché quando ti ho abbracciato nel parcheggio, in realtà volevo stringerti di più, molto di più. Dopo che siamo andati a bere in un bar dei vecchi con quelli del paese che non capivano e noi con una birra dietro l’altra, e poi fuori a fumare, sotto la pioggia, io che guido perché tu non ce la fai, e il parcheggio, e l’abbraccio. E io che ti guardo e ti dico –capisci cosa significa adesso? Lo hai capito? Perché non riesco a togliermele di dosso tutte queste cose, tutte queste parole e mi pesano e mi fanno male, lo capisci? È per questo, e io vorrei solo pulirmi e lasciare che sia tutto il resto ad anadare avanti, trascinandomi e scoprendomi, finalmente, felice.- e un respiro mi esce, libero, finalmente, perché almeno un po’ di queste cose se ne sono andate. e anche tu sorridi, perchè non sei risalita in macchina. no, sei rimasta li, con me, per un sacco di tempo, stretti.
Le macchine non sono ferme perché c’è traffico, ma perché un huski, bellissimo, sta attraversando lentamente. Il sangue gli cola dalla bocca aperta. Riesce a raggiungere il bordo della strada e li si accuccia. Posteggio lo scooter e mi avvicino al cane. Lo stringo fra le mie braccia. Mi guarda con i suoi occhi bianchissimi. L’automobilista che l’ha investito mi viene vicino:
-sta bene?-
-sì, tutto bene.-

TORINO08-EUROPEAN DAYS

La Fake Factory parteciperà alle Giornate Europee del Cinema e dell’Audiovisivo di Torino

(Lingotto 18-20 Novembre 08 – www.europeandays.eu)

con il progetto di film “Superrenz” di Francesco Agostini e Simone Giorgi. Il film è stato selezionato tra 300 proposte europee ed è uno dei 6 progetti italiani che parteciperanno al co-production forum.

Per info e contatti su Torino: Cristina +39.331.3584190

 

Enjoy!

Fake#Life of a Screenwriter HAPPY END

I pomodori sono sempre quelli.
Rimango appoggiato al canestrello che corre sotto il nastro. All’ottava ora il grembiule di plastica è fradicio di schizzi rossi e robetta verde. Anche quest’anno ho preso il raffreddore. Tiro su il catarro e lo sputo sopra i pomodori che tranquilli scorrono dentro al buco e giù fino alle vostre tavole.

Sono le dieci di sera. Suona la sirena. È finita la giornata. I ragazzetti ventenni mi salutano, e non sanno bene come comportarsi con me.

Credono che essere qui a 43 anni sia segno di fallimento.

Forse hanno ragione. O forse sono ancora troppo piccoli per sapere di cosa stanno parlando. I colleghi del reparto analisi mi fanno un cenno con la mano. Non so cosa pensano. Ieri mi hanno offerto una promozione nel laboratorio, ma non credo che accetterò. Alla fine sto bene davanti ai pomodori. È una cosa semplice: il nastro scorre e, ogni tanto, levi quelli marci. La testa può essere ovunque. La testa va ovunque.

Davanti allo spogliatoio delle femmine mi aspetta Sara. Ha 19 anni. Inizia l’università quest’anno e lavora in fabbrica per potersi pagare la retta. È stata lei a venirmi vicino la prima volta. Avevo la maglietta dei radiohead. Mi ha detto che le piacevano. Anche a me, ho risposto. Abbiamo iniziato a togliere pomodori marci insieme. Solo un giorno. Poi l’hanno spostata. Sara è incuriosita. Non riesce a capire cosa ci faccio li. Potrei provare a spiegarglielo, ma non credo che capirebbe. Due giorni fa, mentre andavamo agli spogliatoi, mi ha preso la mano. Ho sentito il freddo degli anelli che porta cozzarmi contro il palmo. –hai le mani piccole.- mi ha detto sorridendo. Ho sorriso anche io, ma solo perché non sapevo cosa fare. Avrei dovuto dirle che sono sposato e che ho un figlio, ma sono stato zitto. Funziona così? È il silenzio che mi muove verso la fine? Quando ho tolto la mano lei non mi ha guardato. Eravamo troppo vicini agli spogliatoi, avrà pensato che il nostro tragitto insieme era finito, e non che ho avuto paura.
-andiamo a berci una cosa insieme?- non so come risponderle. Ha una sigaretta in bocca, le rimane il rosso del rossetto sul giallo che si fuma. Ha un piede appoggiato al muro. Ha una spallina della canottiera leggermente abbassata. E un neo sul braccio. Bellissimo. –mi spiace, devo andare a casa, mio figlio non sta bene.- ah, cavolo, sorride sforzandosi, cercando di mascherare, con un dispiacere fasullo, lo schiaffo della parola “figlio”. Prima di raggiungere il parcheggio mi sono fermato. Mi sono voltato. Avrei voluto dirle qualcosa di carino, ma se n’era già andata.

In macchina canticchio, come sempre. Mi ricordo di quando mia moglie sorrideva mentre cantavo, e io ci mettevo ancora più impegno, perché volevo che pensasse che sono fico. La statale è sempre piena di camion che portano pomodori dai campi alla fabbrica. Mi incolonno. Assaporo il silenzio della fila di macchine immersa in un campo. Nessun clacson. Nessuna imprecazione. Una colonna placida che scorre senza che nessuno se ne accorga.

Credo che Sofia mi tradisca da un anno ormai.
L’ho vista mentre si salutava con un suo collega medico. Prima si ritraeva, poi rideva. Lo hanno fatto due volte sul sagrato dell’ospedale. Sembrava contenta. Io non ho sentito nulla. Mi sono solo ripromesso di non pensarci più.
Sul tavolo c’è un piatto con una fetta di polpettone. È buonissimo. Anche freddo. Non ci sono bigliettini, non me ne lascia più. Non credo sia una cattiveria, è che non so cosa potrebbe dirmi. Sofia va a letto presto perché la mattina si sveglia per andare in reparto. Accendo la tv e la metto silenziosa. La guardo senza vederla. Non soffro più nel vedere cose brutte. Non mi chiedo più se avrei potuto fare meglio. Semplicemente non ha senso.
Ho sentito mio figlio farsi le pippe da dietro la porta. Ormai so che quando si fa le pippe si tiene il computer di fianco al letto per vedere i video. Ho visto anche i fazzolettini. Mi scappa da ridere. Faccio molto rumore con i piedi, così si accorge che arrivo, fa in tempo a cambiare pagina di internet e a tirare su il lenzuolo, proprio come facevo io. Gli busso piano piano. Paolo ha 12 anni. Ora è tutto un casino perché si è innamorato come uno scemo della sorella più grande di un suo amico. L’altro giorno ha provato a chiedermi dei consigli. Mi scappava da ridere e mi sono dovuto trattenere per non fargli capire quanta tenerezza mi facesse. In mio figlio riesco a vedere solo il peggio di me ed è una sensazione stranissima e sublime. Tutte le mie insicurezze sono le sue, tutti i miei tic gli appartengono. E io vorrei dirgli di non preoccuparsi, che tutto andrà bene. che la sorella del suo amico scomparirà e ne arriverà un’altra, ancora più difficile. Che tutto è un’ambizione che va scemando, ridimensionandosi e che i desideri servono solo a nutrire qualcosa che non si capisce mai.
Ma non capirebbe.
Allora gli dico quello che facevo io e ridiamo insieme perché gli dico ha le bocce grosse? Noi Agostini ci piacciono le poppe, ma gliel’hai fatto vedere quel pistolino che c’hai? Tuo padre mica era così fortunato, chissà da chi hai preso. Ridiamo insieme e mi godo con mio figlio il tempo che mio padre non ha mai dedicato a me. Ne assaporo ogni secondo come un regalo inaspettato.

Ho guardato in faccia il dottore con cui Sofia credo mi tradisca, e gli ho sorriso. Non mi sono sentito un ipocrita, né vigliacco, mi sono sentito solo… normale. Alla fine non sono questa gran persona. Sofia si merita qualcuno migliore di me. È sempre stato così. Sono contento che ora ne abbia il coraggio.
Quando mi infilo sotto le nostra lenzuola trovo sempre i suoi calzini in fondo al letto. Non ha mai perso l’abitudine di sfilarseli un secondo prima di addormentarsi. Ha i peli delle gambe tagliati male che mi grattano sul polpaccio quando cerco di scaldare la mia metà del letto stringendomi a lei. Russa come un camionista. Lo faceva anche da ragazza. Con il tempo la cosa si è andata aggravando. Passo notti intere a bestemmiare e a darle cazzotti nei reni facendo finta di essermi girato per sbaglio, ma lei continua a russare, come niente. Poi, le poche volte che non dormiamo assieme, mi accorgo che senza il suo rumore non riesco neanche a chiudere gli occhi.
Il sonno arriva piano piano, come dei capelli spostati dagli occhi delicatamente.

Accompagno sempre Paolo a scuola. Anche quando ho il turno alla mattina in fabbrica. Lo faccio volentieri, perché a me ha sempre pesato andare a scuola da solo. Ha uno zaino enorme e i polsi sottili come i miei. Mi saluta in fretta e, non so perché, ma gli dico –dammi un bacio prima di andare.- me lo stringo, e mi sento fortunato.

Sara non c’è stamattina in fabbrica. Mi rendo conto che mi manca e non è bello. Non voglio rovinare quello che ho. I pomodori passano come niente. Non si fermano. Allora, per calmarmi, faccio quello che faccio sempre. Ricordo.

e sono a Roma ho i miei 25 anni appena arrivato e la gente in metropolitana mi fa paura e vado a vivere con mio nonno che mi fa pagare la spesa e fa la cresta perché in casa non mi ci vuole e faccio un corso di scrittura dove non imparo una mazza ma conosco qualcuno che mi fa lavorare poi trovo nicola e la casa e nuovi amici che mi portano dappertutto e vedo la gente furiosa in fila davanti al bancomat i pariolini che nei ristoranti di lusso sono come i contadini in pizzeria un sacco di ragazze che dicono sono autrici di documentari ma in realtà non fanno un cazzo e mi guardano come uno sfigato e ci sono anche le ragazze che quando ti parlano ti vengono troppo vicino e ti fanno pensare chissà cosa quando poi niente e poi c’è la televisione con le persone orrende che la fanno e il lavoro che diventa sempre di più e sempre più diverso da come me lo aspettavo e mi ripeto di tenere duro che bisogna soffrire che questa è la mia vita ora e lo sarà per sempre ma intanto qualcosa dentro mi si spegne e mi fa sentire brutto e volgare tutto senza mai fermarsi un attimo con Sofia che si allontana sempre di più perché non mi capisce e anche io quando mi faccio domande non so cosa rispondere e i miei amici di fiorenzuola mi guardano come se non mi conoscessero e hanno ragione e ancora ancora ancora la città quando piove e impazzisce quando c’è il sole e tutti sorridono in giallo i baci sempre per salutarsi le persone che ti abbracciano ma in realtà ti odiano poi a dicembre il treno per tornare a casa per natale e sul treno vedendo roma scorrere via una frase che mi si pianta in testa e non esce più: io non sono così.

Io non sono così.

Dicembre che si allunga a gennaio, toccando febbraio fino a marzo, un mese dopo l’altro senza tornare mai a Roma.
E un qualcosa che mi rinasce dentro.
E forse non sarà speciale, né geniale, ma brilla, di una luce che è tutta mia.

I pomodori sono sempre quelli. Devo solo togliere quelli marci per otto ore. Tutto qui. Questa è la mia vita. Fra otto ore tornerò a casa, andrò a letto. E domani sarà tutto uguale.
Ed è assolutamente fantastico.

NEWS-NEWS-NEWS

FAME DI GIUSTIZIA

Mercoledì 24, h. 18 circa, proiezione del documentario “SCEGLIERE” di Giovanni Pompili e Nicola Moruzzi (prodotto da Altro Mercato e Kino Produzioni in associazione con Fake#Factory Srl) presso la Città dell’Altra Economia (Largo Dino Frisullo, Campo Boario - ex-Mattatio di Testaccio).


L’introduzione dei prodotti del Commercio Equo e Solidale nelle mense scolastiche del Comune di Roma si configura come una importante e innovativa pratica di responsabilità sociale da parte della pubblica amministrazione. L’impatto di questa politica, volta a sostenere comunità di piccoli produttori marginalizzati dei paesi economicamente meno avanzati attraverso l’acquisto di beni alimentari, si misura innanzitutto attraverso indagini socio-economiche sul campo. Ma la specificità di un’azione di responsabilità sociale di tale fattispecie risiede nella molteplicità di attori che riesce a coinvolgere sul nostro territorio, trasformando pertanto la misura socialmente responsabile adottata dalla pubblica amministrazione in una azione collettiva che coinvolge tanto il pubblico quanto il privato, imprese e individui. E’ stato pertanto realizzato un duplice studio d’impatto, coinvolgendo tanto uno dei territori da cui provengono alcuni prodotti utilizzati nelle mense di Roma quanto il territorio della capitale. La ricerca è qui presentata all’interno di una giornata in cui l’esperienza della ristorazione solidale è approfondita attraverso gli interventi di diversi attori del settore nonché attraverso l’introduzione ad altre altre importanti pratiche di responsabilità sociale della pubblica amministrazione e delle comunità. La giornata si concluderà con la proiezione di “Scegliere”, documentario di Nicola Moruzzi e Giovanni Pompili in cui vengono esplorati i percorsi e gli aspetti della responsabilità sociale d’impresa. Attraverso un’alternanza parallela di linguaggi e suggestioni i due cineasti riescono a trasportare lo spettatore in un viaggio coinvolgente tra le scelte responsabili delle imprese, quelle stesse scelte che aiutano a realizzare i sogni di persone che vivono molto lontano da noi.

 

#13-NY, latest farthest

la sera prima della festa in limousine sono arrivati nicola e cristiano
la sera prima partiva non ricordo chi
la sera prima ancora è arrivato lorenzo da londra…
la mattina dopo la limousine c’era il lavoro
poi la sera c’era ancora tanto alcol in casa
da andare avanti tutta la notte
e la mattina dopo c’era ancora il lavoro
turno di 13 ore
diluvio
nessun customer
quando finalmente ne entra uno
io mi volto verso il fratello mangiarotti
e gli chiedo:
davanti a me c’è davvero uno con due polletti di plastica che gli ballano sulla visiera?
fratello mangiarotti conferma
qualsiasi cosa mi dica il customer coi polli, io non riesco a capire
allora si avvicina sal
sal è il padrone
come tutti i siciliani d’america
non parla davvero l’inglese
non parla più l’italiano
si esprime in una lingua inaccessibile a tutti
si presenta:
hi, i’m sal, nice to meet you
il customer gli risponde come è logico, in effetti:
hey there, i’m the chicken man

in controluce
col diluvio alle spalle
nel nostro ultimo giorno di lavoro
l’uomo dei polli
e l’uomo del gelato

s.