Author Archive for Francesco

Fake#Factory@Festa del Cinema Roma

La Fake Factory, dopo l’exploit veneziano, raddoppia anzi
prova a triplicare alla Festa del Cinema di Roma, dove
sarà presente nella sezione “Extra” con “FRATELLI
D’ITALIA”, di Claudio Giovannesi, e nella sezione “New
Cinema Network” con la coproduzione europea “PHOBIAS”.

“FRATELLI D’ITALIA” DOCU – ITA – COLOR – DV –
DURATA
Regia di Claudio Giovannesi

Tre adolescenti di origine straniera nella stessa scuola.
Ostia e la periferia di Roma. Gli amori, i conflitti e le
identità.

Prodotto da Il Labirinto in collaborazione con Fake Factory
Con il sostegno della Roma Lazio Film Commission
Selezionato nell’ambito del Festival del Cinema di Roma
2009, sezione “Extra”.

Proiezioni:
19.10.09 - TEATRO STUDIO - ORE 20.30
20.10.09 - PETRASSI - ORE 16.30

“PHOBIAS” (Fobie)
di Tommaso Capolicchio e Federico Calamante

Un venerdì sera di una settimana come tante inizia un
nuovo weekend in Europa. Ma stavolta nell’aria pare
esserci qualcosa di diverso. Chissà, magari è solo
l’attesa dell’eclisse di sole che solcherà il
Vecchio Continente nel pomeriggio del sabato, mentre sono
già deflagrate antiche fobie…

Film a episodi

Produzione: IK Media srl (Roma), Fake Factory srl (Roma) e
Good World AB (Svezia)
Regia: Christian Angeli (episodio italiano)
Sceneggiatura: Tommaso Capolicchio (episodio italiano)

Produttore esecutivo: Roberto Bessi
Location: Italia/Svezia
Selezionato per la Fabbrica dei Progetti | New Cinema
Network del Festival del Cinema di Roma 2009.

27.07.2009: Fake#Factory goes to VENICE 2009

RAGAZZE, LA VITA TREMA di Paola Sangiovanni, prodotto dalla Metafilm di Laura Cafiero e co-prodotto dalla Fake Factory, è stato selezionato alle Giornate degli Autori, nell’ambito della 66° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Seguiranno aggiornamenti con le date di proiezione al festival. Fake#it-Real!

RAGAZZE, LA VITA TREMA

SINOSSI
Alessandra, Maria Paola, Marina e Liliana hanno provenienze diverse, geografiche, culturali e sociali e le loro vite si sono incrociate o sfiorate a Roma tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta.
I loro racconti di oggi in prima persona sono integrati da immagini di repertorio, provenienti da archivi audiovisivi in parte privati e inediti, vivide e presenti. E’ un raccontare in soggettiva. Il partire da sé formulato spontaneamente  durante la stagione del Femminismo e che si voleva alla base di un modo nuovo di fare politica,  diventa oggi  qui narrazione storica. Il racconto dell’idea di un mondo nuovo, germogliata simultaneamente in tutto il Paese in seno alla gran parte di una intera generazione, un mondo in cui “non ci fossero le violenze, le prevaricazioni degli uni sugli altri”, una narrazione svolta  seguendo il binario parallelo della storia delle donne. La presa di coscienza di sè in quanto donne, l’autocoscienza, gli amori, la violenza sulle donne, il divorzio, la contraccezione e l’aborto, il lavoro, il teatro e le radio libere, le occupazioni, il travaso delle esperienze personali in quelle collettive  per un mondo più umano, di donne e uomini, ragazze e ragazzi.

Un periodo di vita così entusiasmante, rivoluzionario nel vero senso della parola, laddove per tappe ottieni mutamenti, e mutamenti durevoli, che hanno cambiato il volto sia delle nostre vite che del paese in cui vivevamo e in cui viviamo” dice Liliana.

Certo probabilmente non era possibile fare una rivoluzione in Italia, sono stati fatti migliaia di errori, però in virtù di questi errori si è cancellato, si è steso un velo pietoso su tutto. Perchè si era arrivati là?“, apre Alessandra.

Le nostre ragazze rispondono idealmente alle ventenni e ai ventenni di oggi. E’ necessario ricordare, dare spazio e tempo alla memoria per sapere chi siamo.

SCHEDA TECNICA

genere: documentario

durata: 85′

formato riprese: HDV - repertorio audiovisivo: formati vari

formato di proiezione: 35mm

ideazione e regia: Paola Sangiovanni

una produzione: Laura Cafiero per Metafilm srl e Fake Factory Srl

con il contributo e il patrocinio della
Provincia di Roma
(Assessorato alle Politiche Economiche, Finanziarie e di Bilancio)
Con il patrocinio della Presidenza del Consiglio Regionale del Lazio
Paneikon e Gabriella Galluzzi
con il contributo di Paneikon, Gabriella Galluzzi e Banca Nuova

musiche: musiche originali  Giorgio Giampà

Repertorio musicale:

F. De André “Secondo intermezzo” e “Inverno

Nada “Ma che freddo fa

P. Piccioni “L’attico”

E. Pieranunzi “Just beyond the orizon

P.F.M. “E’ festa” e “Impressioni di settembre

A. Trovaioli “Profumo di donna

archivio audiovisivo: Aamod, Teche Rai, Homemovies, Acab Associazione Antonello Branca,  Radio Radicale, Radio Città Futura, archivi privati.

fotografia: Eleonora Patriarca

montaggio: Nicola Moruzzi

suono presa diretta: Maximilen Gobiet

montaggio del suono: Marzia Cordò, Daniela Bassani, Stefano Grosso

FAKE#book BECOME FUN or BECOME A FAN

Non giochiamo a calcetto, ma ci piace comunque sentirci GGiovani, con due gg e con molti reumatismi.

La fake#factory non rinuncia alla sua adultescenza e ti invita alla sua paGGina facebook dove potete trovare informazioni, escrescenze, indiscrezioni, ghiaccioli, news, foto e video della casa di produzione romana più amata dagli italiani e dagli abitanti del Lichtenstein che, non si sa perchè, ma ci scrivono almeno due volte al giorno. Solo per salutarci.

Venghino, signori venghino, ci trovate su:

http://www.facebook.com/pages/FAKEFACTORY/51373085789?ref=ts

Diventa fan. Ci ricorderemo di te a natale! (tranquillo non faremo regali etnici o fatti a mano)

Fake#life of a Screenwriter GEMITI FASULLI E GRANDINE E CITTà

Gianluca ce l’aveva con me, e mi picchiava. Ma sua mamma, quando incontrava la mia, le diceva che faceva così perché, in realtà, mi voleva bene. A febbraio, per carnevale, c’era la festa al my way, la discoteca nella via di mia nonna dove lavorava mio padre. Mi facevo riservare un posto per me e i miei amici e, quando entravamo e vedevo la scritta “riservato”, mi sentivo un privilegiato. È una delle storie preferite di papà quella del my way. Dice che è andato li a fare domanda come barman, ma lui il barman non l’aveva mai fatto, e la prima sera ha fatto guadagnare al bar come mai prima. Poi il locale è fallito perché Guido non sapeva gestirlo, secondo papà, secondo Fiorenzuola, invece, papà è  stato licenziato perché offriva da bere a tutte quelle che lo guardavano per più di due secondi. Alla festa di carnevale, quell’anno, Fabrizio mi ha tirato le orecchie fortissimo e io mi sono messo a piangere. Con la pista fatta di luci anni 80 che si illuminavano alternate e tutti che se la spassavano e io che cercavo di non farmi vedere.
Io e Gianluca andavamo anche a catechismo insieme. Una sera ho visto un film alla televisione dove il protagonista buono veniva ipnotizzato o beveva un qualche intruglio, e diventava cattivo e diceva a tutti delle cose brutte. Il giorno dopo a catechismo ho fatto finta di essere quel protagonista e, insieme ad Eleonora, sono andato in giro gridando -Gianluca sei un trippone di merda vaffanculo croci ciccione del cazzo- con una voce roca che non era la mia. Quando Gianluca mi ha trovato mi ha sbattuto a terra e mi ha dato un calcio.
Quando mia mamma mi ha detto che aspettava una bambina eravamo in bagno, abitavamo ancora da mia nonna. Lei si stava asciugando i capelli. Le ho guardato la pancia. Era gonfia. Lei mi ha fatto sedere sul bordo della vasca e mi ha detto ti ricordi Cesare, quello che guida i pullman? Io sono andato da mia nonna, che stava lavando i piatti e le ho detto nonna! Hai sentito, avrò una sorellina! E lei ha detto at-la dit tò madàr? La prima volta che mamma mi ha fatto uscire con Cesare siamo andati in piscina al colle. Avevo 12 anni. Cesare non mi ha rivolto la parola per tutto il giorno. Anche io sono stato zitto. Quando ho chiesto a mia mamma perché, lei mi ha detto che, secondo lui, io ero la prova tangibile di una cosa che non sapeva accettare. Mia madre mi disse anche di non dire a nessuno della nascita di mia sorella.
Io l’ho detto subito a Gianluca. Era il mio super segreto. Lui ha alzato le spalle, non gliene fregava nulla.
Alle medie, per un anno, sono andato in mensa. Casa di mia nonna era li vicina, ma mi era venuta la fissa della mensa. Volevo andare insieme allo Zilio e a Tirotto e mangiare con loro. Non era niente di che. I risotti sapevano sempre della stessa cosa, qualsiasi fosse il “con” che seguiva. Una volta ci fu un bisticcio per le prugne secche che servivano come leccornia. A me non sono mai piaciute e la prof di disegno non se ne voleva capacitare.
La prof di disegno si chiamava Pezzotti e, nel rientro del pomeriggio, noi ragazzi ridevamo sempre come matti perché, regolarmente, si cagava addosso alla prima ora. Si avvicinava alla porta della classe e diceva toccandosi la pancia –ragazzi…ma la pizza… voi state bene? scusate- e usciva dalla classe e noi sentivamo i tacchi correre nel corridoio.
Ma la cosa bella del pomeriggio a scuola era che, prima di entrare in classe, molestavamo le ragazze. Dovevamo metterci dietro l’angolo altrimenti, dalla finestra, la madre di Riccardo ci vedeva. Prendevamo Lucia Savini in tre. Due la tenevano completamente ferma e il terzo, che spesso ero io, la toccava dappertutto. Al pomeriggio c’era ginnastica e lei aveva la tutta in fibra rosa dell’arena. Le cosce di Lucia Savini non avevano segreti per me. E la stessa sorte toccava anche alle altre ragazze della classe. Quando mi mettevo i ciclisti grigi un po’ aderenti passavo i minuti prima della ricreazione a farmelo venire duro poi, quando suonava la campanella, andavo da Alessandra Arturi, me lo abbassavo e glielo appoggiavo al culo. Lei strillava e mi inseguiva fino al bagno dei maschi.
È alle medie che io e GInaluca abbiamo iniziato ad allontanarci. Lui non veniva a Rompeggio, in campeggio con la chiesa ed era li che si facevano le amicizie che duravano tutta l’estate. Mio padre aveva ancora la casa nel vicolo e mi lasciava le chiavi. L’estate dalla terza media alla prima superiore è stata la più bella di tutte perché, dopo Rompeggio, la compagnia si era tutta trasferita a casa di mio padre. Lui era in Sardegna a lavorare e noi entravamo li di nascosto. Per me era diventata un po’ come la mia seconda casa. Nella casa nuova c’era Cesare che non mi parlava e mia sorella che strillava e mamma che sapeva solo dirmi per favore, pazienza, così io me ne andavo spesso a mangiare, da solo, nella casa del vicolo. Verso le tre e mezza arrivavano gli altri, e stavamo li a non fare niente. Bevevamo il liquore al mandarino e ascoltavamo un po’ di musica.
A casa di mio papà è dove ho portato Maria Duci, la primissima ragazza che ho mai baciato. L’ho conosciuta in campeggio, piaceva allo Zilio e lei era bella di faccia, ma con il culo grosso. Abbiamo pasturato, come si diceva ai tempi, per una settimana, poi salta fuori che lei se ne deve andare prima, perché va 20 giorni in Spagna con i suoi. Così viene Francesca a dirmi guarda che c’è Maria che ti vuole baciare. E in pochi secondi tutto il campeggio sa che io e Maria ci dobbiamo baciare. Tutti, compresi gli educatori. Duccio, che non so quanti anni avesse all’epoca, mi si mette davanti e mi segue dappertutto, impedendomi di limonare per la prima volta. Quando gli chiedo perché, che male c’è, lui mi risponde che è così e basta. Riesco a spuntarla e mi ritrovo davanti al bunker (una stanza isolata del campeggio) con Maria che mi aspetta. Io mi avvicino, so che la devo baciare, e non so che faccia fare, così mi viene fuori il sopracciglio alzato di papà, lei si mette a ridere, mi si avvicina e mi bacia. Ha un sapore da far schifo. Ma il rumore della lingua mi fa impazzire. Nei giorni dopo mi tocco come un folle muovendo le labbra come se stessi baciando.
Tornato a casa trovo già lettere di Maria dalla spagna che non vede l’ora di tornare, ma a me non me ne frega già più niente perché a me piace Silvia Savoretti, e non penso ad altro. Maria torna una sera, e la porto a casa di mio papà. Ci sono anche Chito e la Pamela e il Taglia. C’è una partita dell’Inter. Il taglia guarda la partita mentre Chito limona con Pamela, mentre io limono con Maria. Stabilisco che la puzza insopportabile del suo alito è uguale allo zampirone. Quando lo racconto a mia mamma c’è li anche Cesare e mi sembra che accenni ad un sorriso. Il giorno dopo, in piscina, decido di lasciare Maria. La prendo in disparte, e ho 15 anni e le dico “siamo di due mondi diversi”. Lei si mette a piangere. Scopro che ha le mestruazione, e che quindi non può fare il bagno. Passo metà della giornata in acqua, con le dita che mi perdono sensibilità.
Intanto, Gianluca, a casa di mio papà non ce lo faccio venire. Quando suona facciamo finta di non esserci. Dico agli altri di mettere le bici lontane dalla porta, così non capisce, e quando insiste mando qualcun altro a dirgli che siamo già in troppi. Un giorno chiama me il pippo, lo zilio e tecchia e ci chiede se, per favore, può fare parte del nostro gruppo. Dice, ci promette, che non sarà manesco. Gli altri sembrano anche possibilisti, ma io no, io non ce lo voglio Gianluca. E non lo dico a lui, lo dico dopo agli altri, quando dobbiamo decidere.
Alle superiori Gianluca va a fare agraria, io invece vado al tecnologico. Prendiamo pullman diversi per andare a Piacenza. Non lo vedo quasi più. Le uniche occasioni in cui lo incontro sono le partite di Calcio al campetto. Gianluca, che prima era un maritozzo, adesso va in palestra e tutti dicono che prenda la creatina, perché è dimagrito e sta diventando muscoloso. A calcio era una schiappa, invece adesso lotta su tutti i palloni, è quello falloso, quello che alza subito le mani, il piede fa ancora schifo, ma corre e rompe il cazzo. Io, ovviamente, perché poi ovviamente? ma ovviamente, faccio schifo a calcio. Quando si scelgono le squadre per ultimi rimaniamo sempre io e il Carpa, un ragazzo tutto secco che aveva sempre la maglia dell’olanda. Che cazzo di inferno quelle partite di calcio, chissà perché cazzo ci andavo.
Alla fine delle superiori Gianluca diventa solo un ricordo. Le partite di calcio sono finite. C’è l’università, e sento che Gianluca non la farà. No, ha iniziato a lavorare nei campi e nella tabaccheria della sua famiglia. A volte me la sogno quella tabaccheria, con la scaletta corta e sottile per andare ai piani superiori. Quando ci incontriamo, io e Gianluca, tutti e due ci trattiamo con superiorità. Credo che ognuno di noi si senta migliore dell’altro. No, non è vero. Non credo lui abbia un qualche pensiero nei miei confronti.
Un’estate di pochi anni fa salta fuori che Gianluca ha preso in gestione un locale notturno vicino al bowling. Non riesco a ricordarmi come lo chiama, prima si chiamava Cuba, ma sono sicuro che abbia cambiato il nome. Con i miei amici ci andiamo un paio di volte, ed è un posto tristissimo. Piantato in mezzo alla statale, con la pagliuzza sui cancelli a nascondere la nebbia e la musica alta a coprire il rumore dei tir.
E questa, è l’ultima cosa che so di Gianluca. Ah no, c’era anche che stava con una molto buona, che però lo cornificava regolarmente. Ma niente di che.

Già ieri sera mi sentivo triste. Con la mia ragazza che quando le parlo si addormenta perché è stanca e se provo a dirle qualcosa mi dice che devo fare il bravo in questi 15 giorni, che c’ha l’esame. Solo dopo realizzo che, forse, se avessi detto qualcosa di più interessante non l’avrei fatta addormentare. Insomma, comunque, triste. E Stamattina, quando mi sveglio, c’ho già una cosa che non mi fa sorridere. Non la smette di piovere. Camera mia è come se fosse già alle sei di sera. Ho la nausea del mondo del cinema e di tutti i suoi paraculi e penso sono solo due anni. Faccio domanda come inserviente in una mensa scolastica, ma non ci credo veramente. Amo solo piangermi addosso. Come questa frase. Come i porno con i gemiti fasulli che guardo un po’ e poi spengo con la mano sporca.
Ho guardato fuori dalla finestra aspettando il tuono dopo la luce. Grandina, e mi è tornato in mente Gianluca. E mi sono chiesto: cosa starà facendo? È felice adesso? È più felice di me? Starà nella tabaccheria? Sarà suo quel grosso Suv che ci ho visto davanti l’altro giorno? E poi ho scritto quella prima frase. E ho iniziato a ricordare e mentre ricordavo sono venuti fuori gli altri nomi, e mi sembra impossibile, ma è come se tutti si fossero persi. Non solo dentro di me, ma anche nella realtà. Non mi credete?
Guido, il proprietario del My Way, è in galera per spaccio; Fabrizio è gay, ha una lancia y colorata, e vende scarpe. Eleonora è scomparsa da Fiorenzuola e ogni volta che torna dicono sia o anoressica o drogata. Sicuramente non sembra felice. La prof d’arte è morta per un tumore all’intestino. Lucia Savini ha avuto problemi con la droga e con la separazione dei suoi genitori. Adesso la vedi in giro, un po’ sedata, un po’ eccitata, ma quando beve due bicchieri, ti confessa che se la vede veramente brutta. Alessandra Arturi, che aveva il reggiseno strano, adesso lavora in un ufficio da cui deve uscire almeno ogni ora, altrimenti si sente soffocare. Maria Duci è ingrassata di brutto. L’ho sentita ancora quando ero alle superiori e mi faceva delle telefonate porno, con io che la prendevo in giro insieme a Tecchia, e lei che stava insieme ad uno che l’andava a prendere a scuola in mititrebbia. Credo si siano sposati. Duccio, l’educatore, fa qualcosa legato all’informatica. Tutte le mattine prende il treno delle 7.04 per andare a Parma. Quando penso a lui mi viene in mente il freddo del binario. Il Carpa non so che fine abbia fatto.
Ma cosa è successo? È la pianura? Sono io? O i gemiti fasulli e la grandine e la città? E allora mi dico, è impossibile. È impossibile che tutti sembrino tristi. No, è impossibile, così mi sforzo, con gli occhi stretti, e con Guido che in galera si è fatto degli amici veri, con Fabrizio che ha un fidanzato premuoroso e che ama trovare la scarpa che calza alla perfezione. E la Prof, che prima di morire sorride e sorride anche Lucia vedendo che sua madre trova il coraggio di andarsene. C’è Maria che forse aspetta un bambino, forse è per quello e Duccio che non gli spiace affatto prendere il treno, anzi, magari sul treno trova la donna della sua vita e il Carpa, che è felicissimo da qualche parte e Gianluca, Gianluca che veramente mi picchiava perché mi voleva bene, perché ci teneva a me e io..io.. che adesso mi alzo, vado al frigo, e mi bevo un succhino all’albicocca tutto d’un fiato, fino a quando la canuccia non sorbaccia, fino a quando non smette di grandinare.

Fake#life of a Screenwriter WOMEN

Quando ci siamo svegliati nevicava. Sono a Fiorenzuola.
A Roma, con lo scooter, sto tornando a casa. Sull’Aurelia c’è una coda che non finisce più. Canticchio una canzone di cui non ricordo le parole mentre sorpasso a destra le macchine. Mmm, mmm. Sento una frenata e un piccolo botto, rallento e vedo che le macchine non sono ferme perché c’è traffico, ma perché un huski, bellissimo, sta attraversando lentamente. Il sangue gli cola dalla bocca aperta. Riesce a raggiungere il bordo della strada e li si accuccia. Posteggio lo scooter e mi avvicino al cane.
Lo sento morire fra le mie braccia. Gli occhi bianchissimi.
La nostra macchina è coperta da venti centimetri di neve. Sofia con l’ombrello inizia a spostarla. Io da dentro la macchina, al riparo, la osservo. Vorrei ricordarla sempre così. Impegnata, concreta, utile, mentre mi sorride e mi prende in giro perché sono un incapace. Ci sediamo in macchina vicino. Lei è preoccupata perché farà tardi a lavoro, e non vuole. Cerco di calmarla ma mi ripeto che, anche se non ci riesco, fa lo stesso.
La prima volta che ho conosciuto Elena ero nella sua cucina. Non ricordo il motivo. Ci eravamo presentati pochi minuti prima. C’era molta gente in casa sua e pochi bicchieri. Uno ha bevuto da una tazza. Lei sorridendo gliel’ha tolta e gli ha dato un bicchiere. Gli ha detto, scusa, quella è la mia tazza per la colazione. Poi l’ho vista nella sua cucina, mentre lavava la tazza e la riponeva con il manico esattamente così. L’ho vista ogni mattina, ogni giorno fare sempre la stessa cosa, con la pelle d’oca sulle gambe perché si è scordata di accendere il riscaldamento.
Quando ho 7 anni mia mamma mi lava i capelli. Abbiamo un registratore di cassette che appoggiamo sul cesto di vimini dei panni sporchi. Ascoltiamo Masini e ghigniamo perché mamma cambia le parole e dice cazzo al posto di qualcos’altro. Quando mi asciuga i capelli appoggio la mia testa alla sua pancia calda. E mi sento protetto e felice. Poi andiamo a dormire. nella cameretta insieme, ridiamo perché sentiamo mio nonno che fa le scuregge nel bidet, che fanno puiiiiii. C’è una madonna di porcellana sul comodino.
15 anni dopo la romperò con Sofia, mentre facciamo l’amore e siamo impacciati e vorremmo fare quelli presi dalla passione, ma siamo soltanto goffi. Quando abbiamo finito e lei si pulisce con lo scottex la sborra che ha sulla pancia, io la guardo negli occhi e le dico “stai sempre con me, per favore”.
Cinque anni dopo quando Elena va in bagno, io mi spoglio e mi faccio trovare con il pisello fuori. Mi sforzo di avere un’erezione come si deve, ma sembra non funzioni bene. elena copre con la mano gli occhi quando torna, ma poi si avvicina lo stesso. Mi guarda. Ha gli occhi verdi.
Si inginocchia davanti a me. E così rimane. ora
La prima volta che ti ho vista non è la prima volta che ti ho vista. Eri alla cassa del supermercato e mi hai chiesto se ti andavo, di corsa, a prendere una scatola di fagioli, che te li eri scordati. Quando sono tornato ti ho vista aspettarmi, ed eri la cosa più bella di tutte, perché i tic tac i tronky i kinder vari i rasoi e anche il rullo, tutto si armonizzava per te. non me lo scorderò mai.
Io e sofia festeggiamo il nostro primo anno insieme il giorno del santo patrono, quando tutto il paese è pieno di rumore. Noi rubiamo una bottiglia di vino dalla cantina della mia vicina e ci prendiamo delle castagne. Era l’anno che andavano di moda i cappotti lunghi, e Sofia ne aveva uno che non le stava. Piccolina, con il cappotto lungo, sembrava una bambina con la giacca della mamma. Ci siamo messi sul viale della stazione e abbiamo iniziato a bere il vino. Lei mi è venuta sopra e ha usato il suo cappotto per coprirci mentre facevamo l’amore. Ora sofia sta lavando i piatti. Ha cucinato per me, e dopo mi ha detto vuoi che lavo anche i piatti? Le ho risposto di sì. Intanto io penso al cappotto rosso di Elena, buttato sulla sedia in fretta, perché voleva spogliarsi per me. È in ginocchio. Le spingo la testa verso il mio. Sofia sciacqua con cura un ultimo piatto e lo appoggia agli altri, messi male, franano nel lavabo. Elena mi stringe fra le sue labbra. Non riesco fare a meno di notare le smagliature sulle mie cosce. –no, non posso, mi spiace.- e si alza. Ma non va lontano, va al muro davanti alla poltrona. Mi alzo con i pantaloni abbassati, piccoli passi stupidi con la cintura che clanga contro il pavimento. Mi avvicino a lei da dietro, la stringo. Le dico ora voglio che ti alzi la gonna, ti abbassi le mutande e mi dici scopami. Glielo ripeto, dolcemente con la voce sottile, scopami, continuo a ripeterlo, scopami, mentre lei si abbassa le mutande. E si china verso di me. Mi abbasso e sento
mia mamma
che torna a casa tardi la notte. Non riesco a dormire. ho 10 anni. Lei ne ha 27. È ubriaca, so ora, allora, nel lettino, sentivo solo un odore strano. Si infila sotto le coperte. Io non le faccio vedere che sono sveglio, aspetto perché voglio farle prendere spavento, ma quando decido di alzarmi la sento piangere. Un singolo singhiozzo alla volta. Poi si alza e va in bagno. Vomita. Torna a letto. Il giorno dopo le chiedo come sta. Ha detto bene e mi ha abbracciato.
Ti ho vista dormire nel mio letto. Perché mi sono svegliato molto prima di te. eri rossa come le lenzuola. E muovevi la bocca leggermente, ritmica. Avevi la mano posata sul cuscino. Avrei voluto appoggiarci la mia, stringertela e darti così il buongiorno. Ma ti sei svegliata, e io mi sono tolto. Quando ti sei alzata hai ricominciato a fare finta di niente, mi hai preso in giro perché avevo una riga di sudore sulle mutande e poi ti ho portato sullo scooter fino al centro. Ho sbagliato strada due volte. Sei scesa e ti ho accompagnato fino all’ingresso. Mi hai detto ti chiamo quando esco, ma sapevo che non ci saremmo più visti. Quando sei scomparsa ho fatto una foto ad una coppia di anziani seduti sotto un albero. Mi sono sembrati… soli.
Elena sorseggia il terzo mojito che stiamo bevendo. Ce l’hanno portato in un bicchiere più piccolo e ho fatto finta di essere brillo dicendo ehi avete ristretto i bicchieri. La cameriera mi ha sorriso, dice che ha controllato e questi sono più larghi, quindi è uguale, molto più simpatica lei di me. Sento la mano battermi sul tavolo, drogata. Guardo Elena. So che vogliamo scopare. Lei è tenera e sa di frutti di bosco. Le voglio parlare: -Sai cosa? Cioè questo scrivere no? Io so che è un lavoro di artigianato, una cosa che ti alzi la mattina alle otto, ti metti li e scrivi fino alle 5, come un lavoro normale. Io li odio quelli che vogliono fare gli artisti ma è anche vero che
il pompino che elena mi fa è troppo breve e non riesco assolutamente a venire. Io invece riesco a farla venire con le dita, così si sente in debito, dice ridendo e mi si siede in braccio. Inizio a menarmelo ansimando. Mi sforzo di non vedermi, lei ansima vicino a me, dolce, empatica. Le dico se mi metti la lingua in bocca vengo, lei me la mette, ma non è vero, allora continuo a menarmelo e, alla fine, vengo quando riesco a vederla un po’ da lontano, con il seno premuto contro di me, bionda, gemermi accanto e penso sono fortunato.
Sofia è qualcosa che rimane. Dopo tutto, dopo qualsiasi cosa, rimane. E la gente questo non lo capisce. Mi chiedono dopo dieci anni non la ami più, senza il punto interrogativo. E io vorrei spiegargli che è come respirare. Se solo pensi a quanto è bello quando lo fai dopo che hai trattenuto con le guance gonfie, allora capisci quello che provo io quando torno e la vedo aspettarmi in stazione. Ma respiri tutti i giorni, e lo fai sempre senza pensarci, se ci pensassi sarebbe una stanchezza insopportabile. Sofia è l’aria, sofia è una parola che rimane ferma sulle dita perché ne assaporino il gusto fino in fondo.
Io e Sofia siamo sdraiati a letto uno vicino all’altro. Non siamo andati alla macchina, non siamo andati a lavoro, c’era troppa neve. Ce ne siamo fregati di tutto, e anche se non è vero, mi piace pensarla così. Si sfila gli occhiali, sotto tante coperte e la sento addormentarsi calda vicino a me. –è anche vero che, quando scrivi, qualcosa di tuo ci finisce dentro no?- Sofia annuisce con gli occhi chiusi –ed è come qualcosa che si fissa, per sempre. Ora quello che mi sto chiedendo io è: come faccio a scrivere se sono cambiato? Come faccio a riscrivere qualcosa che ho scritto un anno fa se ora sono una persona completamente diversa?- -perché dici che sei una persona diversa?-
Mangiamo a tavola tutti insieme. Mia mamma si è svegliata alle sette per preparare l’arrosto. Vedo i segni sui suoi polsi e penso che non è vero che non è riuscita ad ammazzarsi, penso che c’è riuscita benissimo. Questa è la sua morte. Tutti noi siamo la sua morte. E, giorno dopo giorno, mi importa sempre meno vederla ingobbire, lamentarsi, invecchiare. Sono brutto.
Sono brutto perché quando ho visto Elena nuda non mi sono sentito in colpa. Anzi, ho pensato, guarda un po’ qui cosa sono in grado di combinare.
-perché dici che sei una persona diversa?-
sono brutto perché quando ti ho abbracciato nel parcheggio, in realtà volevo stringerti di più, molto di più. Dopo che siamo andati a bere in un bar dei vecchi con quelli del paese che non capivano e noi con una birra dietro l’altra, e poi fuori a fumare, sotto la pioggia, io che guido perché tu non ce la fai, e il parcheggio, e l’abbraccio. E io che ti guardo e ti dico –capisci cosa significa adesso? Lo hai capito? Perché non riesco a togliermele di dosso tutte queste cose, tutte queste parole e mi pesano e mi fanno male, lo capisci? È per questo, e io vorrei solo pulirmi e lasciare che sia tutto il resto ad anadare avanti, trascinandomi e scoprendomi, finalmente, felice.- e un respiro mi esce, libero, finalmente, perché almeno un po’ di queste cose se ne sono andate. e anche tu sorridi, perchè non sei risalita in macchina. no, sei rimasta li, con me, per un sacco di tempo, stretti.
Le macchine non sono ferme perché c’è traffico, ma perché un huski, bellissimo, sta attraversando lentamente. Il sangue gli cola dalla bocca aperta. Riesce a raggiungere il bordo della strada e li si accuccia. Posteggio lo scooter e mi avvicino al cane. Lo stringo fra le mie braccia. Mi guarda con i suoi occhi bianchissimi. L’automobilista che l’ha investito mi viene vicino:
-sta bene?-
-sì, tutto bene.-

Fake#Life of a Screenwriter HAPPY END

I pomodori sono sempre quelli.
Rimango appoggiato al canestrello che corre sotto il nastro. All’ottava ora il grembiule di plastica è fradicio di schizzi rossi e robetta verde. Anche quest’anno ho preso il raffreddore. Tiro su il catarro e lo sputo sopra i pomodori che tranquilli scorrono dentro al buco e giù fino alle vostre tavole.

Sono le dieci di sera. Suona la sirena. È finita la giornata. I ragazzetti ventenni mi salutano, e non sanno bene come comportarsi con me.

Credono che essere qui a 43 anni sia segno di fallimento.

Forse hanno ragione. O forse sono ancora troppo piccoli per sapere di cosa stanno parlando. I colleghi del reparto analisi mi fanno un cenno con la mano. Non so cosa pensano. Ieri mi hanno offerto una promozione nel laboratorio, ma non credo che accetterò. Alla fine sto bene davanti ai pomodori. È una cosa semplice: il nastro scorre e, ogni tanto, levi quelli marci. La testa può essere ovunque. La testa va ovunque.

Davanti allo spogliatoio delle femmine mi aspetta Sara. Ha 19 anni. Inizia l’università quest’anno e lavora in fabbrica per potersi pagare la retta. È stata lei a venirmi vicino la prima volta. Avevo la maglietta dei radiohead. Mi ha detto che le piacevano. Anche a me, ho risposto. Abbiamo iniziato a togliere pomodori marci insieme. Solo un giorno. Poi l’hanno spostata. Sara è incuriosita. Non riesce a capire cosa ci faccio li. Potrei provare a spiegarglielo, ma non credo che capirebbe. Due giorni fa, mentre andavamo agli spogliatoi, mi ha preso la mano. Ho sentito il freddo degli anelli che porta cozzarmi contro il palmo. –hai le mani piccole.- mi ha detto sorridendo. Ho sorriso anche io, ma solo perché non sapevo cosa fare. Avrei dovuto dirle che sono sposato e che ho un figlio, ma sono stato zitto. Funziona così? È il silenzio che mi muove verso la fine? Quando ho tolto la mano lei non mi ha guardato. Eravamo troppo vicini agli spogliatoi, avrà pensato che il nostro tragitto insieme era finito, e non che ho avuto paura.
-andiamo a berci una cosa insieme?- non so come risponderle. Ha una sigaretta in bocca, le rimane il rosso del rossetto sul giallo che si fuma. Ha un piede appoggiato al muro. Ha una spallina della canottiera leggermente abbassata. E un neo sul braccio. Bellissimo. –mi spiace, devo andare a casa, mio figlio non sta bene.- ah, cavolo, sorride sforzandosi, cercando di mascherare, con un dispiacere fasullo, lo schiaffo della parola “figlio”. Prima di raggiungere il parcheggio mi sono fermato. Mi sono voltato. Avrei voluto dirle qualcosa di carino, ma se n’era già andata.

In macchina canticchio, come sempre. Mi ricordo di quando mia moglie sorrideva mentre cantavo, e io ci mettevo ancora più impegno, perché volevo che pensasse che sono fico. La statale è sempre piena di camion che portano pomodori dai campi alla fabbrica. Mi incolonno. Assaporo il silenzio della fila di macchine immersa in un campo. Nessun clacson. Nessuna imprecazione. Una colonna placida che scorre senza che nessuno se ne accorga.

Credo che Sofia mi tradisca da un anno ormai.
L’ho vista mentre si salutava con un suo collega medico. Prima si ritraeva, poi rideva. Lo hanno fatto due volte sul sagrato dell’ospedale. Sembrava contenta. Io non ho sentito nulla. Mi sono solo ripromesso di non pensarci più.
Sul tavolo c’è un piatto con una fetta di polpettone. È buonissimo. Anche freddo. Non ci sono bigliettini, non me ne lascia più. Non credo sia una cattiveria, è che non so cosa potrebbe dirmi. Sofia va a letto presto perché la mattina si sveglia per andare in reparto. Accendo la tv e la metto silenziosa. La guardo senza vederla. Non soffro più nel vedere cose brutte. Non mi chiedo più se avrei potuto fare meglio. Semplicemente non ha senso.
Ho sentito mio figlio farsi le pippe da dietro la porta. Ormai so che quando si fa le pippe si tiene il computer di fianco al letto per vedere i video. Ho visto anche i fazzolettini. Mi scappa da ridere. Faccio molto rumore con i piedi, così si accorge che arrivo, fa in tempo a cambiare pagina di internet e a tirare su il lenzuolo, proprio come facevo io. Gli busso piano piano. Paolo ha 12 anni. Ora è tutto un casino perché si è innamorato come uno scemo della sorella più grande di un suo amico. L’altro giorno ha provato a chiedermi dei consigli. Mi scappava da ridere e mi sono dovuto trattenere per non fargli capire quanta tenerezza mi facesse. In mio figlio riesco a vedere solo il peggio di me ed è una sensazione stranissima e sublime. Tutte le mie insicurezze sono le sue, tutti i miei tic gli appartengono. E io vorrei dirgli di non preoccuparsi, che tutto andrà bene. che la sorella del suo amico scomparirà e ne arriverà un’altra, ancora più difficile. Che tutto è un’ambizione che va scemando, ridimensionandosi e che i desideri servono solo a nutrire qualcosa che non si capisce mai.
Ma non capirebbe.
Allora gli dico quello che facevo io e ridiamo insieme perché gli dico ha le bocce grosse? Noi Agostini ci piacciono le poppe, ma gliel’hai fatto vedere quel pistolino che c’hai? Tuo padre mica era così fortunato, chissà da chi hai preso. Ridiamo insieme e mi godo con mio figlio il tempo che mio padre non ha mai dedicato a me. Ne assaporo ogni secondo come un regalo inaspettato.

Ho guardato in faccia il dottore con cui Sofia credo mi tradisca, e gli ho sorriso. Non mi sono sentito un ipocrita, né vigliacco, mi sono sentito solo… normale. Alla fine non sono questa gran persona. Sofia si merita qualcuno migliore di me. È sempre stato così. Sono contento che ora ne abbia il coraggio.
Quando mi infilo sotto le nostra lenzuola trovo sempre i suoi calzini in fondo al letto. Non ha mai perso l’abitudine di sfilarseli un secondo prima di addormentarsi. Ha i peli delle gambe tagliati male che mi grattano sul polpaccio quando cerco di scaldare la mia metà del letto stringendomi a lei. Russa come un camionista. Lo faceva anche da ragazza. Con il tempo la cosa si è andata aggravando. Passo notti intere a bestemmiare e a darle cazzotti nei reni facendo finta di essermi girato per sbaglio, ma lei continua a russare, come niente. Poi, le poche volte che non dormiamo assieme, mi accorgo che senza il suo rumore non riesco neanche a chiudere gli occhi.
Il sonno arriva piano piano, come dei capelli spostati dagli occhi delicatamente.

Accompagno sempre Paolo a scuola. Anche quando ho il turno alla mattina in fabbrica. Lo faccio volentieri, perché a me ha sempre pesato andare a scuola da solo. Ha uno zaino enorme e i polsi sottili come i miei. Mi saluta in fretta e, non so perché, ma gli dico –dammi un bacio prima di andare.- me lo stringo, e mi sento fortunato.

Sara non c’è stamattina in fabbrica. Mi rendo conto che mi manca e non è bello. Non voglio rovinare quello che ho. I pomodori passano come niente. Non si fermano. Allora, per calmarmi, faccio quello che faccio sempre. Ricordo.

e sono a Roma ho i miei 25 anni appena arrivato e la gente in metropolitana mi fa paura e vado a vivere con mio nonno che mi fa pagare la spesa e fa la cresta perché in casa non mi ci vuole e faccio un corso di scrittura dove non imparo una mazza ma conosco qualcuno che mi fa lavorare poi trovo nicola e la casa e nuovi amici che mi portano dappertutto e vedo la gente furiosa in fila davanti al bancomat i pariolini che nei ristoranti di lusso sono come i contadini in pizzeria un sacco di ragazze che dicono sono autrici di documentari ma in realtà non fanno un cazzo e mi guardano come uno sfigato e ci sono anche le ragazze che quando ti parlano ti vengono troppo vicino e ti fanno pensare chissà cosa quando poi niente e poi c’è la televisione con le persone orrende che la fanno e il lavoro che diventa sempre di più e sempre più diverso da come me lo aspettavo e mi ripeto di tenere duro che bisogna soffrire che questa è la mia vita ora e lo sarà per sempre ma intanto qualcosa dentro mi si spegne e mi fa sentire brutto e volgare tutto senza mai fermarsi un attimo con Sofia che si allontana sempre di più perché non mi capisce e anche io quando mi faccio domande non so cosa rispondere e i miei amici di fiorenzuola mi guardano come se non mi conoscessero e hanno ragione e ancora ancora ancora la città quando piove e impazzisce quando c’è il sole e tutti sorridono in giallo i baci sempre per salutarsi le persone che ti abbracciano ma in realtà ti odiano poi a dicembre il treno per tornare a casa per natale e sul treno vedendo roma scorrere via una frase che mi si pianta in testa e non esce più: io non sono così.

Io non sono così.

Dicembre che si allunga a gennaio, toccando febbraio fino a marzo, un mese dopo l’altro senza tornare mai a Roma.
E un qualcosa che mi rinasce dentro.
E forse non sarà speciale, né geniale, ma brilla, di una luce che è tutta mia.

I pomodori sono sempre quelli. Devo solo togliere quelli marci per otto ore. Tutto qui. Questa è la mia vita. Fra otto ore tornerò a casa, andrò a letto. E domani sarà tutto uguale.
Ed è assolutamente fantastico.

Fake#Life of a Screenwriter LET IT BE

io e sofia siamo seduti vicini sul pullman. lei sta dormendo, io ho gli occhi chiusi e sono lì lì. la testa mi scivola e si appoggia delicatamente sul suo seno. sofia ha delle belle tette. non è bella, ma tutti se la farebbero per via delle tette e per quall’aria da maialina che non riesce a lavarsi dalla faccia. appena la mia guancia si appoggia alla maglietta mi sveglio, e mi rendo conto dove sono.  mi aspetto che da un momento all’altro lei si metta a ridere e mi sposti la testa imbarazzata. ma non succede nulla. i secondi passano e io sono sempre li. mi verrebbe da muovere la lingua, chissà, magari sento qualcosa. ma ecco che Sofia si muove, ecco, mi dico, è finita, e invece si sposta e appoggia la gamba sopra le mie ginocchia e poi giù, in mezzo alle  cosce. anche lei era sveglia e mi immagino che sia diventata tutta rossa, come sempre fà quando non sa cosa pensare.

la sera prima. io e Sofia balliamo insieme. siamo in seconda superiore e siamo in inghilterra, in gita. è un pub orrendo e queste sono le prime birre, quelle che le senti, no matter what, come dicono la. io sono uno sfigatello incredibile. in quel periodo ero convinto di voler fare il baywatch, proprio come micc biucannon, quello della tv. e non è che lo dicevo così, mi stavo proprio informando. e poi facevo il duro, mi davo un tono. traducevo i testi dei metallica e dicevo che li scrivevo io. nothing else matter mi ha fatto limonare un bel po’. e figuriamoci se un duro si mette a ballare. tsk. no grazie claudia, una ragazzetta che mi ha invitato ad andare in pista. rimango seduto insieme a sofia e al pippo.  il gruppo sul palco inizia a suonare let it be. io guardo sofia, e non so cosa mi prende, ancora adesso mi chiedo perchè, ma la invito a ballare. lei, che mi aveva appena visto rifiutare claudia, si alza tutta impettita e mi accompagna in pista. ci stringiamo, come non sapevo si facesse. sofia, dolcemente, mi accarezza il collo. le sue dita piccolette si muovono delicatamente rizzandomi tutti i peli sulla nuca.

sono passati dieci anni, ed è così che io e sofia ci siamo messi insieme. alla fine della gita, sull’aereo, ci siamo dati il nostro primo bacio. ricordo che eravamo sopra ad un lago, non so se maggiore o garda, ma poco conta. in dieci anni io e sofia non ci siamo mai lasciati. conosco molte coppie che durano tanto, ma succede che spesso si lascino per mesi, per poi tornare insieme. io e sofia no. litighiamo come bestie, ma dopo poco, dopo dieci minuti, sentiamo il bisogno di stringerci e di tornare a ridere per qualsiasi cosa. lei è dolce con me. anche se abbiamo quasi sempre abitato in posti lontani,  non mi ha mai fatto passare un compleanno da solo. mi ricordo un anno che abitavo a genova, ed era il mio compleanno, e lei mi aveva detto mi spiace, non posso venire. io mi ero depresso a morte e avevo iniziato a bere. un amico mi aveva trascinato a casa e davanti al portone c’era sofia ad aspettarmi, con un fiocco appuntato sul petto. sono io il tuo regalo. il fatto strano è che anche lei non stava bene, si era presa un qualche tipo di virus, e così avevamo passato la serata in bagno, io a vomitare, lei con la diarrea. e anche se stavo messo così, ricordo quello come uno dei compleanni più felici di tutti.

in dieci anni non ho mai tradito Sofia. ci siamo messi insieme a sedici anni, capirete che prima non è che scopassi a destra e a manca. io ho fatto l’amore solo con Sofia. a volte mi pesa, mi chiedo se le altre patate sono diverse da quella della mia sofia. altre volte mi sento fortunato, perchè non devo partecipare a quella infinita corsa campestre che è la ricerca di una donna da montare. lei dice che mi è sempre stata fedele e che anche lei non mi ha mai tradito con nessun altro. e io le credo. quando mi sono trasferito a roma è stata dura. si, ho abitato a bologna e a genova, ma tutti i week end tornavo da lei. invece roma è lontana e non si può tornare a casa ogni settimana. poi a sofia questa città non piace. la prima volta che ci è venuta io dovevo lavorare e le ho detto vai un po’ in giro, fai la turista. quando sono rientrato a casa lei dormiva sul mio divano. le ho chiesto perchè non è uscita e mi ha risposto che roma le fa paura.  allora l’ho stretta nel mio letto, ho iniziato a baciarla e ho capito che io e sofia non avremmo mai abitato insieme qui.

sono un po’ di giorni che sento sofia strana, boh, mi chiama meno. è stata in montagna con dei suoi amici e se le chiedo che cos’hai lei mi risponde che è stanca e quando torno a casa. così ho deciso di tornare questo week end. sono andato a termini due ore prima della partenza del treno e le ho preso dei regali. ho preso un astuccio per le matite, perchè so che ne ha bisogno, uno shampoo di bottega verde che le piace perchè le ricorda qualcosa, e un completino intimo sexy, con il reggiseno trasparente a triangolo, come piace a me. due piccioni con una fava. in treno sono agitato. non rivedo sofia da due settimane e mi manca. quando mi aspetta in stazione a parma si mette sempre nello stesso punto e mi corre incontro sorridendo. di solito non ci baciamo sulla bocca appena ci rivediamo. ci abbracciamo e io infilo la mia faccia tra la sua spalla e il suo collo.  sento il suo profumo.

quando esco dal sottopassaggio la vedo, ed è dove sta sempre. ma non mi corre incontro. sorride però, quindi va tutto bene. ci abbracciamo, la stringo e poi la bacio. lei arrossisce. in macchina fino a casa parliamo del più e del meno. mi racconta la sua giornata e io la mia. ceniamo insieme. mi ha preparato il risotto che, non diteglielo, non sà proprio fare. poi andiamo in camera. mi metto a letto, sono stanco, ma ho comunque voglia di sentirla nuda vicino a me. mi spoglio e… mi scappa una scureggetta. ci mettiamo a ridere, perchè chi è che non ride con le scureggette ma.. la risata di sofia è qualcosa di più, non finisce quando dovrebbe finire, è come se non smettesse mai e io la fisso e la risata diventa un singhiozzo, più singhiozzi, lacrime e occhi gonfi. io sono nudo e mi alzo, la abbraccio le dico tata cosa c’è? cosa succede, ma lei scansa le mie mani. non la smette di piangere e io sono preoccupatissimo. stai male? cosa c’è, cosa succede?

Sofia si è comprata gli scarponi nuovi. ha iniziato a camminare da poco in montagna, ma le piace. le piace la fatica che si prova a salire e la soddisfazione di quando si è in alto e si vede tutto sotto. è fortunata, perchè i suoi amici vanno spesso in montagna, a sciare, a fare camminate o a fare solo dei giri. insieme a sofia ci sono Luca, Paolo, Francesco e Giulia, una sua amica. a Giulia piace il cazzo. vorrei dirlo in modo diverso, ma questo è. non c’è niente di male, ma a lei proprio piace e se può appena, si mette a succhiarlo. questo, per quando viene il momento di andare a dormire nelle tende, è un po’ un problema. perchè ci sono tre tende, e Giulia si infila in quella di Luca, Paolo è grasso e vuole dormire da solo, e a sofia rimane solo la tenda di Francesco. quando le telefono, questa cosa non me la dice. mi dice che dorme in tenda con Giulia perchè, si ripete, tanto non succede nulla. e davvero la prima notte non succede niente. Francesco, però, è simpatico, ha sempre la battuta pronta e parla a Sofia come se la conoscesse, anche se proprio non sa chi è. i gusti di sofia sembrano gli stessi di Francesco e, quando spengono la luce, a tutti e due viene voglia di parlare ancora. Sofia pensa di mettere le mani avanti e parla al francio (così lo chiamano gli amici) di me, del suo francesco, e dice che le cose tra noi vanno bene, che mi ama, grazie. nei tre giorni di campeggio Sofia e il Francio camminano sempre vicino. lei, che è un po’ inesperta, rimane spesso indietro, e lui l’aspetta. ridono del fiatone. ridono dei sassi, ridono di tutto cazzo. l’ultima sera si festeggia e tutti bevono. vorrei pensare che si sono sbronzati per bene, ma non lo so. Giulia, ovviamente, sta spompinando quello nella sua tenda e quindi sofia, ancora una volta, si sdriaia vicino al francio. fa freddo quella sera. francio si gira verso sofia, verso la mia sofia, e l’abbraccia. lei rimane ferma, proprio come quel giorno sul pulman. sarà arrossita? le saranno venute davanti agli occhi tutte le nostre cose? ci avrà visto da grandi mentre ci sediamo su una panchina e ricordiamo? mi avrà pensato solo nel mio fottutissimo enorme letto romano mentre penso a lei con il pisello in mano? oppure non ha pensato a nulla quando si è girata e ha infilato la lingua in bocca al francio, con una passione che da anni non provava. non ha pensato a nulla quando si è spogliata e ha mostrato il suo seno che da dieci anni vedo solo io, ad uno sconosciuto. niente mentre si è fatta accarezzare, bagnata, eccitata, sola. hanno scopato. lui è venuto abbastanza in fretta e credo che a lei non sia piaciuto più di tanto. ma ovviamente questo sofia non me lo dice.

le mani mi tremano. me ne accorgo dopo un po’. forse ho freddo, penso, dato che sono ancora nudo. mi guardo il pisello, piccolo, rugoso, stupido. Sofia è seduta davanti a me. mi ha raccontato tutto. non ha ancora smesso di piangere, e la cosa mi irrita a dismisura. ha detto la frase mi spiace credo un milione di volte. mi spiace, scusa. non voglio perderti, non voglio che finisca. ti amo. boh. non capisco. non riesco più a capire quello che succede. la testa mi gira. dieci anni. scusa. let it be. mi spiace. il francio. scusa. la prima volta che io e sofia abbiamo mangiato insieme un gelato il mio è caduto e lei mi ha dato il suo. mi spiace. mi alzo e mi rivesto. quando lei cerca di toccarmi la sposto con forza e vedo la mia mano in aria, pronta a colpirla. mi fermo, ma non perchè non voglio farlo. mi fermo e basta. prendo il mio zaino ed esco, lasciando sofia in lacrime, seduta a terra, le gambe piegate con un angolo innaturale.

cammino in strada. è notte, cerco di non pensare al francio, che non so che faccia abbia. cerco di non sentire la fitta che mi comprime la pancia e non se ne va. vado in un bar, ma appena mi siedo capisco che non voglio stare li. mi siedo su una panchina, ma anche quella non va bene. non riesco più a trovare il mio posto. e allora mi metto a piangere, perchè quando penso quella frase, capisco che è questo quello che è successo. senza sofia non so più quale sia il mio posto. vedo un’insegna rosa lampeggiante. è un puttanaio. uno strip club. entro  senza fermarmi. mi siedo sui divanetti. le ragazze che ballano sul palco mi sembrano brutte, sciatte, con tutti quei brillantini che cadono, e i vestiti minuscoli che non vedo perchè metterli. oltre a me ci sono solo un vecchio, e un signore che ascolta con le cuffie della musica. mi sembra un film di Lynch, e non mi piace. me ne sto per andare quando una donna mi si siede in braccio. puzza di sudore ed è appiccicaticcia di creme. i capelli neri mi sembrano sporchi e il suo alito puzza un po’. accosta la sua testa al mio orecchio, me lo lecca e mi sussurra: “ciao, io sono zia monella, qui sono la più vecchia di tutte, ma come ti faccio godere io non ci riesce nessuna…” rifletto su quanto sia sgrammaticata la sua frase e poi la guardo meglio. ha le borse sotto gli occhi e le rughe. è vero, è vecchia.

mi faccio accompagnare nel privé. mi tiene per mano. pago e mi sento uno stupido perchè ho lo zaino come uno scolaretto. i privé sono minuscoli con degli scomodissimi divanetti rossi. cerco una posizione comoda, ma non faccio in tempo perchè zia monella mi alza la maglia e mi inizia a mordicchiare il capezzolo. ma perchè? non dovrebbe spogliarsi lei? e poi penso poverina quanti peli avrà in bocca. mi dice -ti piaccio vero sporcaccione?- io dico sì zia monella. dal corridoio si sentono le grida delle colleghe che la incitano, vai zia, perchè è chiaramente un evento quello che sta succedendo. zia monella inizia a muoversi. si spoglia velocemente. cerca qualche passo di danza che non le viene. sembra una triste signora ubriaca. a me viene duro. tanto duro. lei lo accarezza e ride, -lo sapevo che sei un porcellino. vuoi godere?- si zia, fammi godere. inizia ad agitarmi il culo sull’uccello. si strofina tutta. il francio stringe sofia e ne sente il profumo, quello stesso che mi aspetta in stazione. zia monella mi infila la lingua in bocca. sa di fragoline e fumo. la limono duro. mi dice -sai cosa mi eccita?-. Io e sofia siamo in camera mia e stiamo guardando un film. lei si addormenta e mi bagna la maglia con la bava, e penso sia meraviglioso. No zia, non so cosa ti eccita. -mi eccita quando mi dicono le sporcacciate- e mi alza ancora la maglietta e mi morde ancora il capezzolo. poi mi tocca il cazzo e sente che è sempre più duro, così si muove ancora più forte e forse dovrei mettermi a ridere, perchè questa vecchia mi sta ballando nuda davanti e non è un modo di dire che potrebbe essere mia madre, e i suoi muscoli sono troppo rilassati e le sue tette cadono irregolari sul fianco, con un capezzolo triste e stanco -dimmi le porcate-. whisper words o f wisdom, let it be. -dimmi le porcate- così la fisso dritta negli occhi e le dico vorrei cagarti in faccia zia monella.

lei si blocca. si allontana. e io è come se mi svegliassi. lei mi guarda come se fossi la cosa più brutta che ha mai visto. mi manda affanculo e va a chiamare l’ometto enorme che sta fuori per farmi cacciare. me ne esco che ce l’ho ancora duro e ricomincio a camminare.

quando sono ormai lontano dallo stripclub mi ricordo una cosa. torno indietro. l’ometto mi accoglie già incazzato. io alzo le mani. vengo in pace. appoggio lo zaino a terra. tiro fuori il pacchetto con il completino che volevo regalare a sofia e lo dò al buttafuori -perfavore fallo avere a zia monella, le starà bene-.

ora è quasi giorno. sofia mi ha chiamato molte volte. ci sono molte chiamate perse. non lo so. forse tornerò da lei, o forse prenderò il primo treno e cercherò di addormentarmi appoggiato al finestrino. magari sognerò qualcosa di dolce.

Fake#Life of a Screenwriter WALKIN WITH MY SHADOW

dovrei scrivere dell’altro, ma questa voglio proprio raccontarvela.

sono due anni che non scopo. non è che sono brutto, non è che non ci provo, ma non ce la faccio. due anni che non si batte chiodo. sono andato fin in spagna perchè mi avevano detto che li era letteralmente un puttanaio, ma niente da fare. le spagnole hanno guardato la mia panza e hanno deciso che non era sexy. troppo basso, troppo timido, puzzi troppo, insoma c’era sempre un troppo che mi fotteva. due anni sono lunghissimi.

ieri a pranzo è venuta mia nonna. lei è sola da nove anni. i miei nonni si sono conosciuti su un bus a roma. mio nonno, che faceva il poliziotto, ha avvicinato mia nonna e le ha provato a parlare. lei gli ha sorriso e si è fatta accompagnare fino a casa. poi se n’è andata. mio nonno l’ha ritrovata a fiorenzuola. l’ha cercata dappertutto, capite, e si è presentato alla bisnonna chiedendole la mano di sua figlia. andava così allora, più nella realtà che nei film. mio nonno era una persona straordinaria. sapeva fare tutto. un giorno, da piccino, gli ho fin chiesto se sapesse suonare il violino. mi ha risposto di no ridendo. mi portava sulla canna della bici in giro la sera e quando c’era la discesa vicino alle scuole io facevo no no, non lo fare, ma lui andava giù lo stesso, e io, alla fine, ridevo con le mani alzate perchè sapevo che non mi avrebbe mai fatto cadere. mio nonno si è ammalato di cirrosi epatica. non beveva. ha preso l’epatite non si sa come. quella è una malattia che, di solito, uccide le persone in un paio di anni. mio nonno è andato avanti 17 anni. gli avevano detto no vino, no carne rossa, no dolci. e ogni giorno un cucchiaio di olio di ricino. non ha mai MAI sgarrato. ogni giorno lo vedevo bere il cucchiao di olio per poi dire “iabudass”, che schifo. quando mio nonno è morto io c’ero. mia nonna era andata un attimo sul balcone e lui è morto proprio in quel momento, come se non volesse farsi vedere dalla persona che ha amato per 50 anni. ho una cosa che mi pesa ed è mia nonna che stringe piangendo mio nonno senza vita, accarezzandolo con i singhiozzi. quello è il mio amore.da allora nonna non è più stata la stessa. si sveglia nel cuore della notte sentendo la voce di mio nonno sussurrarle cose dolci.

a pranzo nonna mangia come un uccellino. è dimagrita a bestia e spilucca qua e la. gli occhi le fanno fatica e non ci sente più bene. si sta lasciando andare e sono sicuro che una parte di lei ne è contenta. lui è li ad aspettarla. mentre mangiamo mi chiama il mio amico Gabro e mi dice “Pera sto con due maialone assurde. devi venire. ora.” io guardo mia mamma, che ha sentito perfettamente tutto e mi sorride. mi alzo e mi vado a vestire. saluto tutti ma, prima di uscire, mi rendo conto che non ho neanche un soldo. e vedo li la borsetta di mia nonna. senza alcun rimorso le frego 20 euro. non se ne accorgerà mai.

le tipe sono effetivamente carine. dicono che vengono dal canada, che stanno facendo un viaggio in macchina per l’italia e che si sono fermate a fiorenzuola perchè hanno rotto la macchina. “che culo” dico senza essere capito. c’è una decisamente carina, e una più bassina, ma con tutte le sue cosette a posto. due anni che non scopo. ricordiamocelo. sembrano simpatiche. decidiamo di andare a berci qualcosa in riva al fiume, intento affatto bucolico, piuttosto mirato risparmio: al supermercato le bocce di vino costano meno che al bar. ne prendiamo sei, c’è tempo per berne altre, al massimo.

arrivati al fiume le tipe si siedono a terra e iniziano a ridere. cazzo hanno da ridere?, chiedo al gabro “sono eccitate” mi risponde lui, ma non capisco il collegamento. il dialogo langue, a dir poco. non parlano bene inglese e noi non parliamo francese se non due cazzate. la cosa più simpatica che riesco a dire è, a quella bassa, che sembra un hobbit. non la prende bene e non mi parla più. la buttiamo sul triviale e iniziamo con le canzoni da osteria. ci tocca sentire pure quelle canadesi e quando proviamo a ripeterle le ragazze si dimostrano estremamente pignole riguardo l’intonazione. ci fanno il gesto di quando l’ottava dev’essere una più in alto. a parte tutto, però, le ragazze bevono. stanno dietro a me e gabro e, in un’ora, ci secchiamo le sei bocce. noi siamo belli freschi e contenti. mi metto a pisciare nel fiume e sento le ragazze scoppiare a ridere di brutto. al gabro dico “devono avermi visto l’uccello e si sono eccitate a bestia” no pera, mi fa lui “è che ti sei tutto pisciato addosso” e solo allora vedo la macchia sui pantaloni.

quella più caruccia delle due si alza. dice toilet. va dietro ad un albero. quando torna si siede a terra. si batte con la mano sulla testa e inizia a vomitare tipo idrante. mai visto tanto vomito in vita mia. ovviamente io e gabro scoppiamo a ridere, poi lui si alza per aiutarla e, molto probabilmente, per cercare di palpeggiarla mentre è svenuta. ancora sto ridendo quando mi giro e vedo l’hobbit fissarmi. mi guarda  dritto negli occhi. “do you have a girlfriend?”. dal niente. così. “no” dico scuotendo la testa. “and you? you have a boyfriend?” “i have a fuck friend” dice lei. wow. scop’amico esiste anche in inglese. e siamo li. e improvvisamente mi ritrovo nella situazione che devo baciare questa sconosciuta che ho chiamato hobbit e che non mi ha rivolto la parola tutta la sera. due anni che non scopo. “kiss?” faccio indicando me e lei. lei annuisce. mi giro e la bacio. ha una linguetta vispa e dura che fruga dappertutto. credo abbia trovato un popcorn di un paio di sere fa. l’alito le puzza di vino. intanto dietro di noi c’è il gabro che spara fuochi d’artificio da quanto è contento per me. è fatta. stasera si scopa. è fatta. dopo due anni. ci diamo un ultimo lunghissimo limone, manco avessimo 15 anni e poi anche lei dice toilet. si alza e va dietro lo stesso albero. mentre è via il gabro mi da sette scelte di goldoni differenti. opto per quello ritardante lui stimolante lei. quando torna l’hobbit cammina storto. giovane frodo ubriaco si siede a terra e, dopo un paio di secondi, si mette a vomitare pure lei. dio cane. al secondo getto ancora ancora pensavo me la faccio lo stesso, ma quando ho visto cosa ha mangiato tre giorni fa ho realizzato che era finita. “tanto vale mandarla in vacca” dico al gabro. e vediamo che dalla borsetta della prima spunta una macchinetta digitale. la prendiamo e iniziamo a farci delle foto stupidissime con le tipe mezze morte incoscienti a terra. io sopra una che la monto. io che rubo il portafoglio. io che faccio finta di vomitare. io con il cazzo fuori e l’aria triste.

è ora di andarse. è tardi. il gabro sveglia la prima. ci mette un po’ ma si sveglia. io vado dall’hobbit. la scuoto. niente. la scuoto più forte. niente. inizio a prenderla a schiaffi. niente. o-cazzo. estremo, le metto la testa nell’acqua del fiume. si ripiglia, ma rinizia a vomitare subito. che palle. ho detto al gabro mettimela sulle spalle, la riportiamo al BB dove stanno. me la mette in groppa e la stronza mi vomita tutt’addosso. merda. due anni che non scopo. iniziamo a trascinarla di peso in due, ma questa continua a cascare, così decidiamo va bene, chiamiamo l’ambulanza.

le sirene mi sembrano eccessive, ma sembra di stare in er, con quello dell’ambulanza che dice “julie (hobbit) stai sveglia! STAI SVEGLIA” NON CHIUDERE GLI OCCHI!”  e sotto io che dico eccheccazzo è solo sbronza. la sua amica è sconvolta. al pronto soccorso si toglie gli occhiali e continua a piangere. non la smette un secondo. è una scena tristissima. con l’hobbit collassato sulla barella, la ragazza che piange e… il gabro che, dietro di loro, mi fa segno solo con la bocca L-A  M-A-C-C-H-I-N-A  F-O-T-O-G-R-A-F-I-CA e mi ricordo delle foto. che figura di merda se le vedessero. così, mentre la tipa piange, io cerco di rubarle la macchina dalla borsetta. mi becca subito.  “ehm… I was looking for a… come cazzo si dice fazzoletto?”

niente. non ho scopato neanche stavolta. siamo stati al pronto soccorso tutta la notte. alla mattina sono rientrato a casa distrutto e con la maglia sporca di vomito secco. vicino all’ingresso era seduta mia nonna. aveva gli occhi gonfi. teneva in mano degli spicci. li contava, uno sopra all’altro, con la finestra dietro a muoverle i leggerissimi capelli che le sono rimasti. quando mi ha visto non si è accorta dello stato in cui ero. “cosa fai nonna?” “a sum mia bòna da ‘catà 20 euro (non riesco a trovare venti euro)” ed è agitatissima, e non la smette di contare le monete che ha in mano. “te li volevo regalare” dice. vedo mia nonna, magrissima, con la vestaglia che non le va, la vedo che si sente persa per quei venti euro, sconfitta, come se tutto quello che contasse fosse quello. mi sono messo a piangere, come non facevo da una vita. sono scoppiato a piangere e mia nonna si è alzata e mi ha abbracciato e mi ha detto stai tranquillo te ne do degli altri. piangevo e non la finivo più, perchè il mio regno è quello del rimorso, e mai quello della verità, perchè cammino con la mia ombra e a volte la mia ombra è migliore di me.

sono andato a letto senza lavarmi e senza dire a mia nonna dei venti euro. ho pensato a cosa c’era dietro quell’albero che faceva vomitare le ragazze e a mio nonno e a come, se mi vedesse, si vergognerebbe di me.

Fake#Life of a Screenwriter THE TIME I WAS IN LOVE

Quando avevo 13 anni nella mia testa c’era solo Silvia Savoretti.

ho preso la bicicletta gialla grande di mio nonno e mi sono messo a pedalare sulle punte, perchè altrimenti non ci arrivavo. alle due del pomeriggio, in estate, a fiorenzuola non c’è in giro nessuno. giusto il vecchio che lotta per arrivare al bar a giocare a briscola. pedalo veloce, più veolce che posso perchè voglio arrivare prima e gustarmi l’attesa. Io e Silvia abbiamo un appuntamento. come amici oh, niente di più, perchè è così che lei mi vuole bene. cazzarolla. ieri sera abbiamo visto un film insieme. mi ha chiamato, dal nulla, e mi ha detto “non ho voglia di uscire, vieni a vedere un film qui?” ho balbettato certo certo e poi ho chiesto a mia mamma quale film avremmo potuto vedere. lei mi ha dato una cassetta e mi ha detto “vai tranquillo con questo, è bellissimo”. era il principe delle maree, con barbra streisand. ma mamma aveva ragione, a Silvia è piaciuto tantissimo. si è commossa. io non ricordo nulla, ho passato il tempo a guardarle quelle timide bocce che spuntavano da sotto la camicia. meravigliose. chissà quale consistenza hanno. un mio amico ha catalogato la consistenza delle bocce in quindici tipi diversi. mah, io non ne ho mai toccata una, ma non ditelo a nessuno. finito il film Silvia mi dice che ha passato una bella serata e che domani non ha niente da fare, se ti va si può fare un giro insieme. io ho sorriso cercando di essere il più non curante possibile. “sì, credo sì sì” lei ha mi ha dato un bacetto sulla guancia e mi ha detto “sei proprio un amico!”. vacca troia. ma che amico e amico, io ti amooooo silvia savoretti!

sgommo davanti al cancello della villetta a schiera dove abita silvia . sono in aticipo di 40 minuti. inizio a ciondolare come un animale in gabbia, avanti e indietro di fronte a quel cancello temprato insormontabile. non posso suonare, altrimenti capirà che ci tenevo troppo, ma non posso neanche andarmene, altrimenti se lei esce prima e non mi trova ci faccio la figura di quello che…. ooo, diavolo, ma come fanno tanti pensieri a sovraffolare una zucca così piccola? poi inizio ad immaginarla mentre si prepara per me, solo per me. la vedo scegliere quella maglietta azzurra, perchè una volta le ho detto che stava bene. i pantaloncini corti no, perchè sono troppo da maschiaccio, la gonna invece no perchè è troppo troppo… è troppo, così preferisce soffrire il caldo dei jeans. e poi il trucco, solo un filo di ombretto, come le ha insegnato sua mamma.  “ciao” silvia mi saluta. ci rimango di cacca. credo di aver avuto la bocca aperta. iniziamo bene. sto frugando in testa per cercare una battuta, un qualcosa per fare il brillante, ma ancora prima che io possa dire ba, silvia scoppia a piangere, mi abbraccia e mi dice “andiamo via di qui, per favore”

silvia si siede sulla canna della bici di mio nonno. le prime pedalate sono incerte, faccio fatica da solo, figuriamoci in due. ma poi tutto diventa più liscio e il vento porta i capelli di silvia sulla mia bocca. cerco di sentirne l’odore, ed è come un profumo di non so che. lei si asciuga gli occhi con un fazzolettino. vorrei dirle usa pure la manica della mia maglietta, ma sto zitto. passo tatticamente per il viale della stazione, perchè è li che sta l’ingresso di parco lucca, il parco di quelli che vanno a baciarsi. “andiamo a sederci su una panchina?” o mio dio. me lo ha chiesto davvero? lo ha chiesto a me, certo, non c’è nessun altro qui. giro la bici e per poco non cadiamo sulla ghiaia. mi fermo alla prima panchina. appoggio la bici a terra e quando mi giro Silvia sta ancora piangendo. mi avvicino cauto. non ho la minima idea di cosa fare. “perchè piangi?” lei alza lo sguardo. ha gli occhi gonfi. non l’ho mai vista più bella di così. le labbra, non so perchè, sono più rosse di come le ricordavo.  “Raffaele Rossetti ha la ragazza!” e giù di lacrime. Raffaele Rossetti ha un anno più di me ed è il ragazzo che piace a Silvia dalla scorsa estate. alcuni dicono che lei sia riuscita a rubare una foto della classe di Raffaele per farci strani riti di magia per farlo innamorare. “mi spiace” dico io, ma non ci crede nessuno. “comunque è uno stupido” silvia si asciuga le lacrime. “perchè?” Perchè mi chiede, tsk, ma che domanda è, perchè sei bellissima silvia e chi non vuole starti vicino tutti i giorni è la persona più stupida del mondo. “non lo so” ho detto alzando le spalle e assumendo un espressione da coglione che non so dove ho trovato. lei ha riso, finalmente, e le sue guance hanno cambiato colore e forma. ero felice di averla fatta sorridere.  nell’ora che è venuta abbiamo parlato di tutto, dal basket a cui mi ero iscritto, a sua mamma che voleva cambiare lavoro, di me, che c’avevo spesso questa cosa di non saper come dire quello che pensavo, e di lei, che a volte si sentiva sola e non sapeva perchè.

quando le ombre hanno iniziato a farsi lunghissime abbiamo capito che era ora di tornare a casa. io mi sono alzato, ma silvia mi ha preso la mano. mi sono bloccato. avevo la mano sudaticcia e me ne vergognavo. lei non mi guardava. “sai che sei anche tu uno stupido?” e si alza e mi si mette davanti. siamo vicinissimi, non riesco a pensare a niente se non o mio dio o mio dio o mio dio, e poi scemo la devi baciare, baciala, baciala adesso. Silvia si è avvicinata, ha dischiuso leggermente la bocca e l’ha appoggiata alla mia. non sapevo bene cosa fare e, ancora prima di iniziare a baciarla veramente, le ho toccato le bocce. una strizzatina. a lei è scappato un sorriso, poi ha preso la mia mano e l’ha mossa più dolcemente. e abbiamo iniziato a baciarci, come nei film. la sua bocca sapeva di lampone.

mentre l’accompagnavo a casa non abbiamo detto nulla. cercavo solo, in ogni angolo della mia bocca, i lamponi.  l’ho salutata e l’ho vista salire le scale di casa sua, salutare sua madre, e chiudere la porta. il viaggio in bici verso casa mia è stato pieno di colori, canzoni e eccitazione. avevo una ragazza?

io e Silvia non ci siamo più baciati. sono stato malissimo. lei non si è più fatta sentire, e io non volevo essere il primo a cedere e ad alzare la cornetta. poi sono iniziate le superiori, lei ha iniziato a fumare, io sono andato a scuola a piacenza. niente era più come prima.

ieri sera ero alla croce bianca, un locale di fiorenzuola. stavo li a bermi una cosa prima di andare a letto. c’erano poche persone nel locale, ma c’era comunque una caciara assurda. continuavo a sentire della grida, delle risate fastidiose. mi sono alzato per andare a vedere e, sedute ad un tavolo c’erano cinque sei amiche. tra di loro c’era Silvia Savoretti. grassa e ubriachissima. mi ha riconosciuto e ha gridato francescooooo, prima di ributtarsi sulla sedia. doveva essere una sorta di addio al nubilato, cazzate del genere. io me la svigno, ritorno al mio posto a bere ancora un po’ e poi decido di andarmene.

dopo pochi metri fuori dal locale mi sento chiamare. è un’amica di Silvia, dice se, per favore,  dò a Silvia un passaggio a casa, che loro non possono e che lei è troppo ubriaca per guidare.

Silvia puzza di fumo, alcol e fallimento. le chiedo cosa fa nella vita adesso. biascica che lavora in un’agenzia di assicurazioni, pochi secondi prima di svenire sul finestrino, lasciando una scia appicicosa di gel sul paesaggio che scorre fuori. Arrivati mi chiede se le faccio un po’ di compagnia, che non può tornare in casa così. io non vorrei, non mi piacciono questi tuffi nel passato, ma mi siedo comunque a terra vicino a lei. intanto che ci sono, penso, tanto vale togliersi la curiosità: “senti silvia, ma ti ricordi l’estate che ci siamo baciati?” lei sorride e dice certo. “ecco, ma ti ricordi perchè poi non mi hai più chiamato?” lei si gira verso di me. recupera un briciolo dilucidità “io non ti ho più chiamato? ma sei matto? sai quanti giorni ho passato davanti a quel cazzo di telefono?”. e tutto è fuori fuoco, perchè la silvia che conoscevo io non diceva cazzo, perchè questa era una donna di 30anni che viveva con i suoi, grassa e ubriaca e persa, e perchè, tutto in una volta, mi sono reso conto che il passato, che i ricordi sono meschini. “e poi” ha aggiunto silvia “ti ricordi quando ci siamo baciati che ti avevo detto di raffaele rossetti?” sì, annuisco io. “beh, non era vero, l’avevo detto solo per avere una scusa”. e si è messa a ridere, proprio come aveva riso allora. e, proprio come allora, in un momento di silenzio, si avvicina a me dischiudendo le labbra.

mi sono visto. e ho visto lei. seduti su un marciapiede. alla fine della nostra storia. ho alzato le spalle, come 15 anni fa e l’ho baciata con la lingua fuori stringendole quelle belle mammelle flaccide da trippona. quando ci siamo staccati ho realizzato che non sapeva più di lampone.

tornando a casa ho pensato alla morale di questa storia, e ho capito che non c’è. semplicemente è andata così. amen.

Fake#Life of a Screenwriter GRADUATION DAY pt2

“no papà, non sono pronto alla mia prima orgia”

lui sgrana gli occhi. “come no? io alla tua età ne avevo già fatte tre. adesso non fare l’intellettuale del cazzo, togliti quel muso lungo e andiamo a casa delle albanesi.” così mi tolgo il muso, che mi sembrava più che azzeccatto in effetti, perchè oggi mi sono laureato e mio padre mi sta per regalare un’orgia con due albanesi ventenni che credono che io sia un regista. provo a farlo ragionare: “papà, ma non credi che, ecco… sia un po’… fuoriluogo che tu, insomma, hai 50 anni, e sei mio papà e..” mio padre mi guarda. si ferma. ha un sorriso amaro sul volto. improvvisamente ho paura di averlo offeso, chi sono io per giudicarlo? “francesco” “papà, non volevo…” “tranquillo, lo so……. hai paura che ci vediamo il pisello e che non funzioni? hai paura del confronto, ma non devi, sono tuo padre, alla fine”. va bene. e che gli rispondi?

suoniamo il campanello della villetta a schiera. mio papà prova a farmi sentire il suo alito, ma declino gentilmente. ad aprirci la porta è la cameriera. si è fatta più carina e ha una canottiera decisamente troppo scollata. ancora prima di salutarla, mio papà si volta e mi sorride. sta pensando “maialona” così forte che mi sembra di sentirlo. dietro la cameriera, che ci invita ad entrare, fa capolino la sorella. è veramente bellissima. è delicata e sembra imbarazzata quanto me da questa situazione. quando mi saluta abbassa gli occhi e batte la punta del piede. meglio di qualsiasi scollatura. mio padre, esperto, chiede dove sono i genitori. la cameriera, maliziosa, risponde che sono in vacanza, aggiungendo “quando il gatto non c’è…” che viene chiusa da mio padre con “le tope ballano”. mi si gela il sangue. ma la cameriera ride di gusto.

ci sediamo tutti in salotto. le due ragazze iniziano a chiedermi com’è fare il regista. io cerco di rispondere meglio che posso, ma tanto, dopo poco, mi rendo conto che posso stare zitto perchè, in realtà, il regista è mio papà. questa è la sua festa, questo è il suo ambiente, al centro del palco dà il meglio di sè. la cameriera ride estasiata ad ogni cazzata. la sorella, invece, sorride di circostanza. mentre gli altri due se la ghignano le chiedo cosa fa. “devo finire la quarta ragioneria. mi hanno bocciato l’anno scorso così…”. noto solo ora che ha un filo di trucco. mi sembra di vederla, la cameriera esaltata, che obbliga la sorella a disegnarsi quel nero sotto gli occhi, che questo fa il cinema, bisogna farsi notare. “ho qualcosa che non va?” mi chiede la sorella preoccupata vedendo che la fissavo “no, no anzi io…” ma non faccio in tempo a finire la frase che vengo distratto da dei mugognii. quando mi volto vedo mio padre limonare come un quindicenne con la cameriera. lei, tutta minuta, è come inglobata da quell’omaccione che, ogni tanto, tira fuori la lingua, perchè crede sia sexy e non voglare. non ho parole. le tocca le tette, proprio come un ragazzino.

dopo cinque minuti di limone duro si staccano, e lei prende fiato. ci guardano come se fossimo noi i marziani che ancora bevono aranciata amara. mio papà scuote la testa con disappunto, si alza, e tende la mano alla cameriera: “andiamo di sopra?” lei lo guarda “di sopra c’è la mansarda. le camera da letto sono al piano terra”. “come vuoi, piccola” le risponde papà, malcelando la cazzata. lascia che sia lei a fargli strada. quando lei scompare dietro l’angolo ne approfitta per voltarsi verso di me e, solo muovendo le labbra, dirmi “r-i-c-c-h-i-o-n-e” bello scandito.

io e la sorella, di cui proprio non ricordo il nome, rimaniamo soli. non so  cosa dirle. anche lei sta in silenzio. dopo poco arrivano i primi gemiti. la cameriera sembra prediligere il “o mio dio, o mio dio”, mentre papà opta per un più classico “sì, sì” intervallato da qualche “cazzo”. mi viene da sorridere. “eh, il mio vecchio!” dico indicando la porta “eh, sempre così.” e la inizio come una storia divertente “pensa che quando avevo sette anni, e i miei ancora vivevano insieme, sono tornato a casa da scuola e, come tutti i giorni, mi sono messo in cucina a mangiare. mamma lavorava e papà pure, così mangiavo spesso solo. poi ho sentito dei rumori. era una casa vecchia, entravano spesso dei piccioni.” la sorella albanese mi ascoltava interessata “così ho preso una scopetta e sono andato in sala per scacciare il piccione, ma quando ho aperto la porta mi sono accorto che non c’era nessun piccione. era mio padre, a letto, con una donna. e non era mamma. stavano scopando, di brutto. ora che ci penso, credo se la stesse inculando. la sua faccia era tutta rossa, sudata, storta, con le vene. mi faceva paura.” lei si mette una mano sulla bocca. se ne accorge prima di me che sto piangendo. lacrime calde. “non gliel’ho mai detto. non l’ho mai detto a nessuno. tu sei la prima.” poi mi copro la faccia, perchè un po’ mi vergogno. lei si alza. si siede sulle mie ginocchia, mi sposta le mani e mi da un bacio dolcissimo, delicato come lei. “sai, non faccio il regista, mi spiace.” lei sorride. aveva già capito tutto.

quando mio papà è uscito dalla stanza sembrava soddisfatto. dopo pochi minuti ce ne siamo andati e io non ho mai più rivisto quelle due ragazze. in macchina sotto casa mia papà mi ha chiesto com’era andata “l’ho scopata di brutto pà” lui ha sorriso. “bravo ragazzo” e mi ha passato un assegno da mille euro. era il mio regalo di laurea. ci siamo salutati e lui se n’è andato sgommando. io sono rimasto solo, in mezzo alla strada. non gliel’ho detto per non farlo vergognare, ma non abitavo più in quella via. mi ero trasferito un anno fa. in silenzio, con solo le cicale a insistere, sono tornato a casa.