I pomodori sono sempre quelli.
Rimango appoggiato al canestrello che corre sotto il nastro. All’ottava ora il grembiule di plastica è fradicio di schizzi rossi e robetta verde. Anche quest’anno ho preso il raffreddore. Tiro su il catarro e lo sputo sopra i pomodori che tranquilli scorrono dentro al buco e giù fino alle vostre tavole.
Sono le dieci di sera. Suona la sirena. È finita la giornata. I ragazzetti ventenni mi salutano, e non sanno bene come comportarsi con me.
Credono che essere qui a 43 anni sia segno di fallimento.
Forse hanno ragione. O forse sono ancora troppo piccoli per sapere di cosa stanno parlando. I colleghi del reparto analisi mi fanno un cenno con la mano. Non so cosa pensano. Ieri mi hanno offerto una promozione nel laboratorio, ma non credo che accetterò. Alla fine sto bene davanti ai pomodori. È una cosa semplice: il nastro scorre e, ogni tanto, levi quelli marci. La testa può essere ovunque. La testa va ovunque.
Davanti allo spogliatoio delle femmine mi aspetta Sara. Ha 19 anni. Inizia l’università quest’anno e lavora in fabbrica per potersi pagare la retta. È stata lei a venirmi vicino la prima volta. Avevo la maglietta dei radiohead. Mi ha detto che le piacevano. Anche a me, ho risposto. Abbiamo iniziato a togliere pomodori marci insieme. Solo un giorno. Poi l’hanno spostata. Sara è incuriosita. Non riesce a capire cosa ci faccio li. Potrei provare a spiegarglielo, ma non credo che capirebbe. Due giorni fa, mentre andavamo agli spogliatoi, mi ha preso la mano. Ho sentito il freddo degli anelli che porta cozzarmi contro il palmo. –hai le mani piccole.- mi ha detto sorridendo. Ho sorriso anche io, ma solo perché non sapevo cosa fare. Avrei dovuto dirle che sono sposato e che ho un figlio, ma sono stato zitto. Funziona così? È il silenzio che mi muove verso la fine? Quando ho tolto la mano lei non mi ha guardato. Eravamo troppo vicini agli spogliatoi, avrà pensato che il nostro tragitto insieme era finito, e non che ho avuto paura.
-andiamo a berci una cosa insieme?- non so come risponderle. Ha una sigaretta in bocca, le rimane il rosso del rossetto sul giallo che si fuma. Ha un piede appoggiato al muro. Ha una spallina della canottiera leggermente abbassata. E un neo sul braccio. Bellissimo. –mi spiace, devo andare a casa, mio figlio non sta bene.- ah, cavolo, sorride sforzandosi, cercando di mascherare, con un dispiacere fasullo, lo schiaffo della parola “figlio”. Prima di raggiungere il parcheggio mi sono fermato. Mi sono voltato. Avrei voluto dirle qualcosa di carino, ma se n’era già andata.
In macchina canticchio, come sempre. Mi ricordo di quando mia moglie sorrideva mentre cantavo, e io ci mettevo ancora più impegno, perché volevo che pensasse che sono fico. La statale è sempre piena di camion che portano pomodori dai campi alla fabbrica. Mi incolonno. Assaporo il silenzio della fila di macchine immersa in un campo. Nessun clacson. Nessuna imprecazione. Una colonna placida che scorre senza che nessuno se ne accorga.
Credo che Sofia mi tradisca da un anno ormai.
L’ho vista mentre si salutava con un suo collega medico. Prima si ritraeva, poi rideva. Lo hanno fatto due volte sul sagrato dell’ospedale. Sembrava contenta. Io non ho sentito nulla. Mi sono solo ripromesso di non pensarci più.
Sul tavolo c’è un piatto con una fetta di polpettone. È buonissimo. Anche freddo. Non ci sono bigliettini, non me ne lascia più. Non credo sia una cattiveria, è che non so cosa potrebbe dirmi. Sofia va a letto presto perché la mattina si sveglia per andare in reparto. Accendo la tv e la metto silenziosa. La guardo senza vederla. Non soffro più nel vedere cose brutte. Non mi chiedo più se avrei potuto fare meglio. Semplicemente non ha senso.
Ho sentito mio figlio farsi le pippe da dietro la porta. Ormai so che quando si fa le pippe si tiene il computer di fianco al letto per vedere i video. Ho visto anche i fazzolettini. Mi scappa da ridere. Faccio molto rumore con i piedi, così si accorge che arrivo, fa in tempo a cambiare pagina di internet e a tirare su il lenzuolo, proprio come facevo io. Gli busso piano piano. Paolo ha 12 anni. Ora è tutto un casino perché si è innamorato come uno scemo della sorella più grande di un suo amico. L’altro giorno ha provato a chiedermi dei consigli. Mi scappava da ridere e mi sono dovuto trattenere per non fargli capire quanta tenerezza mi facesse. In mio figlio riesco a vedere solo il peggio di me ed è una sensazione stranissima e sublime. Tutte le mie insicurezze sono le sue, tutti i miei tic gli appartengono. E io vorrei dirgli di non preoccuparsi, che tutto andrà bene. che la sorella del suo amico scomparirà e ne arriverà un’altra, ancora più difficile. Che tutto è un’ambizione che va scemando, ridimensionandosi e che i desideri servono solo a nutrire qualcosa che non si capisce mai.
Ma non capirebbe.
Allora gli dico quello che facevo io e ridiamo insieme perché gli dico ha le bocce grosse? Noi Agostini ci piacciono le poppe, ma gliel’hai fatto vedere quel pistolino che c’hai? Tuo padre mica era così fortunato, chissà da chi hai preso. Ridiamo insieme e mi godo con mio figlio il tempo che mio padre non ha mai dedicato a me. Ne assaporo ogni secondo come un regalo inaspettato.
Ho guardato in faccia il dottore con cui Sofia credo mi tradisca, e gli ho sorriso. Non mi sono sentito un ipocrita, né vigliacco, mi sono sentito solo… normale. Alla fine non sono questa gran persona. Sofia si merita qualcuno migliore di me. È sempre stato così. Sono contento che ora ne abbia il coraggio.
Quando mi infilo sotto le nostra lenzuola trovo sempre i suoi calzini in fondo al letto. Non ha mai perso l’abitudine di sfilarseli un secondo prima di addormentarsi. Ha i peli delle gambe tagliati male che mi grattano sul polpaccio quando cerco di scaldare la mia metà del letto stringendomi a lei. Russa come un camionista. Lo faceva anche da ragazza. Con il tempo la cosa si è andata aggravando. Passo notti intere a bestemmiare e a darle cazzotti nei reni facendo finta di essermi girato per sbaglio, ma lei continua a russare, come niente. Poi, le poche volte che non dormiamo assieme, mi accorgo che senza il suo rumore non riesco neanche a chiudere gli occhi.
Il sonno arriva piano piano, come dei capelli spostati dagli occhi delicatamente.
Accompagno sempre Paolo a scuola. Anche quando ho il turno alla mattina in fabbrica. Lo faccio volentieri, perché a me ha sempre pesato andare a scuola da solo. Ha uno zaino enorme e i polsi sottili come i miei. Mi saluta in fretta e, non so perché, ma gli dico –dammi un bacio prima di andare.- me lo stringo, e mi sento fortunato.
Sara non c’è stamattina in fabbrica. Mi rendo conto che mi manca e non è bello. Non voglio rovinare quello che ho. I pomodori passano come niente. Non si fermano. Allora, per calmarmi, faccio quello che faccio sempre. Ricordo.
e sono a Roma ho i miei 25 anni appena arrivato e la gente in metropolitana mi fa paura e vado a vivere con mio nonno che mi fa pagare la spesa e fa la cresta perché in casa non mi ci vuole e faccio un corso di scrittura dove non imparo una mazza ma conosco qualcuno che mi fa lavorare poi trovo nicola e la casa e nuovi amici che mi portano dappertutto e vedo la gente furiosa in fila davanti al bancomat i pariolini che nei ristoranti di lusso sono come i contadini in pizzeria un sacco di ragazze che dicono sono autrici di documentari ma in realtà non fanno un cazzo e mi guardano come uno sfigato e ci sono anche le ragazze che quando ti parlano ti vengono troppo vicino e ti fanno pensare chissà cosa quando poi niente e poi c’è la televisione con le persone orrende che la fanno e il lavoro che diventa sempre di più e sempre più diverso da come me lo aspettavo e mi ripeto di tenere duro che bisogna soffrire che questa è la mia vita ora e lo sarà per sempre ma intanto qualcosa dentro mi si spegne e mi fa sentire brutto e volgare tutto senza mai fermarsi un attimo con Sofia che si allontana sempre di più perché non mi capisce e anche io quando mi faccio domande non so cosa rispondere e i miei amici di fiorenzuola mi guardano come se non mi conoscessero e hanno ragione e ancora ancora ancora la città quando piove e impazzisce quando c’è il sole e tutti sorridono in giallo i baci sempre per salutarsi le persone che ti abbracciano ma in realtà ti odiano poi a dicembre il treno per tornare a casa per natale e sul treno vedendo roma scorrere via una frase che mi si pianta in testa e non esce più: io non sono così.
Io non sono così.
Dicembre che si allunga a gennaio, toccando febbraio fino a marzo, un mese dopo l’altro senza tornare mai a Roma.
E un qualcosa che mi rinasce dentro.
E forse non sarà speciale, né geniale, ma brilla, di una luce che è tutta mia.
I pomodori sono sempre quelli. Devo solo togliere quelli marci per otto ore. Tutto qui. Questa è la mia vita. Fra otto ore tornerò a casa, andrò a letto. E domani sarà tutto uguale.
Ed è assolutamente fantastico.