Fake#life of a Screenwriter WOMEN

Quando ci siamo svegliati nevicava. Sono a Fiorenzuola.
A Roma, con lo scooter, sto tornando a casa. Sull’Aurelia c’è una coda che non finisce più. Canticchio una canzone di cui non ricordo le parole mentre sorpasso a destra le macchine. Mmm, mmm. Sento una frenata e un piccolo botto, rallento e vedo che le macchine non sono ferme perché c’è traffico, ma perché un huski, bellissimo, sta attraversando lentamente. Il sangue gli cola dalla bocca aperta. Riesce a raggiungere il bordo della strada e li si accuccia. Posteggio lo scooter e mi avvicino al cane.
Lo sento morire fra le mie braccia. Gli occhi bianchissimi.
La nostra macchina è coperta da venti centimetri di neve. Sofia con l’ombrello inizia a spostarla. Io da dentro la macchina, al riparo, la osservo. Vorrei ricordarla sempre così. Impegnata, concreta, utile, mentre mi sorride e mi prende in giro perché sono un incapace. Ci sediamo in macchina vicino. Lei è preoccupata perché farà tardi a lavoro, e non vuole. Cerco di calmarla ma mi ripeto che, anche se non ci riesco, fa lo stesso.
La prima volta che ho conosciuto Elena ero nella sua cucina. Non ricordo il motivo. Ci eravamo presentati pochi minuti prima. C’era molta gente in casa sua e pochi bicchieri. Uno ha bevuto da una tazza. Lei sorridendo gliel’ha tolta e gli ha dato un bicchiere. Gli ha detto, scusa, quella è la mia tazza per la colazione. Poi l’ho vista nella sua cucina, mentre lavava la tazza e la riponeva con il manico esattamente così. L’ho vista ogni mattina, ogni giorno fare sempre la stessa cosa, con la pelle d’oca sulle gambe perché si è scordata di accendere il riscaldamento.
Quando ho 7 anni mia mamma mi lava i capelli. Abbiamo un registratore di cassette che appoggiamo sul cesto di vimini dei panni sporchi. Ascoltiamo Masini e ghigniamo perché mamma cambia le parole e dice cazzo al posto di qualcos’altro. Quando mi asciuga i capelli appoggio la mia testa alla sua pancia calda. E mi sento protetto e felice. Poi andiamo a dormire. nella cameretta insieme, ridiamo perché sentiamo mio nonno che fa le scuregge nel bidet, che fanno puiiiiii. C’è una madonna di porcellana sul comodino.
15 anni dopo la romperò con Sofia, mentre facciamo l’amore e siamo impacciati e vorremmo fare quelli presi dalla passione, ma siamo soltanto goffi. Quando abbiamo finito e lei si pulisce con lo scottex la sborra che ha sulla pancia, io la guardo negli occhi e le dico “stai sempre con me, per favore”.
Cinque anni dopo quando Elena va in bagno, io mi spoglio e mi faccio trovare con il pisello fuori. Mi sforzo di avere un’erezione come si deve, ma sembra non funzioni bene. elena copre con la mano gli occhi quando torna, ma poi si avvicina lo stesso. Mi guarda. Ha gli occhi verdi.
Si inginocchia davanti a me. E così rimane. ora
La prima volta che ti ho vista non è la prima volta che ti ho vista. Eri alla cassa del supermercato e mi hai chiesto se ti andavo, di corsa, a prendere una scatola di fagioli, che te li eri scordati. Quando sono tornato ti ho vista aspettarmi, ed eri la cosa più bella di tutte, perché i tic tac i tronky i kinder vari i rasoi e anche il rullo, tutto si armonizzava per te. non me lo scorderò mai.
Io e sofia festeggiamo il nostro primo anno insieme il giorno del santo patrono, quando tutto il paese è pieno di rumore. Noi rubiamo una bottiglia di vino dalla cantina della mia vicina e ci prendiamo delle castagne. Era l’anno che andavano di moda i cappotti lunghi, e Sofia ne aveva uno che non le stava. Piccolina, con il cappotto lungo, sembrava una bambina con la giacca della mamma. Ci siamo messi sul viale della stazione e abbiamo iniziato a bere il vino. Lei mi è venuta sopra e ha usato il suo cappotto per coprirci mentre facevamo l’amore. Ora sofia sta lavando i piatti. Ha cucinato per me, e dopo mi ha detto vuoi che lavo anche i piatti? Le ho risposto di sì. Intanto io penso al cappotto rosso di Elena, buttato sulla sedia in fretta, perché voleva spogliarsi per me. È in ginocchio. Le spingo la testa verso il mio. Sofia sciacqua con cura un ultimo piatto e lo appoggia agli altri, messi male, franano nel lavabo. Elena mi stringe fra le sue labbra. Non riesco fare a meno di notare le smagliature sulle mie cosce. –no, non posso, mi spiace.- e si alza. Ma non va lontano, va al muro davanti alla poltrona. Mi alzo con i pantaloni abbassati, piccoli passi stupidi con la cintura che clanga contro il pavimento. Mi avvicino a lei da dietro, la stringo. Le dico ora voglio che ti alzi la gonna, ti abbassi le mutande e mi dici scopami. Glielo ripeto, dolcemente con la voce sottile, scopami, continuo a ripeterlo, scopami, mentre lei si abbassa le mutande. E si china verso di me. Mi abbasso e sento
mia mamma
che torna a casa tardi la notte. Non riesco a dormire. ho 10 anni. Lei ne ha 27. È ubriaca, so ora, allora, nel lettino, sentivo solo un odore strano. Si infila sotto le coperte. Io non le faccio vedere che sono sveglio, aspetto perché voglio farle prendere spavento, ma quando decido di alzarmi la sento piangere. Un singolo singhiozzo alla volta. Poi si alza e va in bagno. Vomita. Torna a letto. Il giorno dopo le chiedo come sta. Ha detto bene e mi ha abbracciato.
Ti ho vista dormire nel mio letto. Perché mi sono svegliato molto prima di te. eri rossa come le lenzuola. E muovevi la bocca leggermente, ritmica. Avevi la mano posata sul cuscino. Avrei voluto appoggiarci la mia, stringertela e darti così il buongiorno. Ma ti sei svegliata, e io mi sono tolto. Quando ti sei alzata hai ricominciato a fare finta di niente, mi hai preso in giro perché avevo una riga di sudore sulle mutande e poi ti ho portato sullo scooter fino al centro. Ho sbagliato strada due volte. Sei scesa e ti ho accompagnato fino all’ingresso. Mi hai detto ti chiamo quando esco, ma sapevo che non ci saremmo più visti. Quando sei scomparsa ho fatto una foto ad una coppia di anziani seduti sotto un albero. Mi sono sembrati… soli.
Elena sorseggia il terzo mojito che stiamo bevendo. Ce l’hanno portato in un bicchiere più piccolo e ho fatto finta di essere brillo dicendo ehi avete ristretto i bicchieri. La cameriera mi ha sorriso, dice che ha controllato e questi sono più larghi, quindi è uguale, molto più simpatica lei di me. Sento la mano battermi sul tavolo, drogata. Guardo Elena. So che vogliamo scopare. Lei è tenera e sa di frutti di bosco. Le voglio parlare: -Sai cosa? Cioè questo scrivere no? Io so che è un lavoro di artigianato, una cosa che ti alzi la mattina alle otto, ti metti li e scrivi fino alle 5, come un lavoro normale. Io li odio quelli che vogliono fare gli artisti ma è anche vero che
il pompino che elena mi fa è troppo breve e non riesco assolutamente a venire. Io invece riesco a farla venire con le dita, così si sente in debito, dice ridendo e mi si siede in braccio. Inizio a menarmelo ansimando. Mi sforzo di non vedermi, lei ansima vicino a me, dolce, empatica. Le dico se mi metti la lingua in bocca vengo, lei me la mette, ma non è vero, allora continuo a menarmelo e, alla fine, vengo quando riesco a vederla un po’ da lontano, con il seno premuto contro di me, bionda, gemermi accanto e penso sono fortunato.
Sofia è qualcosa che rimane. Dopo tutto, dopo qualsiasi cosa, rimane. E la gente questo non lo capisce. Mi chiedono dopo dieci anni non la ami più, senza il punto interrogativo. E io vorrei spiegargli che è come respirare. Se solo pensi a quanto è bello quando lo fai dopo che hai trattenuto con le guance gonfie, allora capisci quello che provo io quando torno e la vedo aspettarmi in stazione. Ma respiri tutti i giorni, e lo fai sempre senza pensarci, se ci pensassi sarebbe una stanchezza insopportabile. Sofia è l’aria, sofia è una parola che rimane ferma sulle dita perché ne assaporino il gusto fino in fondo.
Io e Sofia siamo sdraiati a letto uno vicino all’altro. Non siamo andati alla macchina, non siamo andati a lavoro, c’era troppa neve. Ce ne siamo fregati di tutto, e anche se non è vero, mi piace pensarla così. Si sfila gli occhiali, sotto tante coperte e la sento addormentarsi calda vicino a me. –è anche vero che, quando scrivi, qualcosa di tuo ci finisce dentro no?- Sofia annuisce con gli occhi chiusi –ed è come qualcosa che si fissa, per sempre. Ora quello che mi sto chiedendo io è: come faccio a scrivere se sono cambiato? Come faccio a riscrivere qualcosa che ho scritto un anno fa se ora sono una persona completamente diversa?- -perché dici che sei una persona diversa?-
Mangiamo a tavola tutti insieme. Mia mamma si è svegliata alle sette per preparare l’arrosto. Vedo i segni sui suoi polsi e penso che non è vero che non è riuscita ad ammazzarsi, penso che c’è riuscita benissimo. Questa è la sua morte. Tutti noi siamo la sua morte. E, giorno dopo giorno, mi importa sempre meno vederla ingobbire, lamentarsi, invecchiare. Sono brutto.
Sono brutto perché quando ho visto Elena nuda non mi sono sentito in colpa. Anzi, ho pensato, guarda un po’ qui cosa sono in grado di combinare.
-perché dici che sei una persona diversa?-
sono brutto perché quando ti ho abbracciato nel parcheggio, in realtà volevo stringerti di più, molto di più. Dopo che siamo andati a bere in un bar dei vecchi con quelli del paese che non capivano e noi con una birra dietro l’altra, e poi fuori a fumare, sotto la pioggia, io che guido perché tu non ce la fai, e il parcheggio, e l’abbraccio. E io che ti guardo e ti dico –capisci cosa significa adesso? Lo hai capito? Perché non riesco a togliermele di dosso tutte queste cose, tutte queste parole e mi pesano e mi fanno male, lo capisci? È per questo, e io vorrei solo pulirmi e lasciare che sia tutto il resto ad anadare avanti, trascinandomi e scoprendomi, finalmente, felice.- e un respiro mi esce, libero, finalmente, perché almeno un po’ di queste cose se ne sono andate. e anche tu sorridi, perchè non sei risalita in macchina. no, sei rimasta li, con me, per un sacco di tempo, stretti.
Le macchine non sono ferme perché c’è traffico, ma perché un huski, bellissimo, sta attraversando lentamente. Il sangue gli cola dalla bocca aperta. Riesce a raggiungere il bordo della strada e li si accuccia. Posteggio lo scooter e mi avvicino al cane. Lo stringo fra le mie braccia. Mi guarda con i suoi occhi bianchissimi. L’automobilista che l’ha investito mi viene vicino:
-sta bene?-
-sì, tutto bene.-

1 Response to “Fake#life of a Screenwriter WOMEN”


  1. 1 L

    Un fantastico stream of thoughts. Complimenti ;)

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