Fake#life of a Screenwriter GEMITI FASULLI E GRANDINE E CITTà

Gianluca ce l’aveva con me, e mi picchiava. Ma sua mamma, quando incontrava la mia, le diceva che faceva così perché, in realtà, mi voleva bene. A febbraio, per carnevale, c’era la festa al my way, la discoteca nella via di mia nonna dove lavorava mio padre. Mi facevo riservare un posto per me e i miei amici e, quando entravamo e vedevo la scritta “riservato”, mi sentivo un privilegiato. È una delle storie preferite di papà quella del my way. Dice che è andato li a fare domanda come barman, ma lui il barman non l’aveva mai fatto, e la prima sera ha fatto guadagnare al bar come mai prima. Poi il locale è fallito perché Guido non sapeva gestirlo, secondo papà, secondo Fiorenzuola, invece, papà è  stato licenziato perché offriva da bere a tutte quelle che lo guardavano per più di due secondi. Alla festa di carnevale, quell’anno, Fabrizio mi ha tirato le orecchie fortissimo e io mi sono messo a piangere. Con la pista fatta di luci anni 80 che si illuminavano alternate e tutti che se la spassavano e io che cercavo di non farmi vedere.
Io e Gianluca andavamo anche a catechismo insieme. Una sera ho visto un film alla televisione dove il protagonista buono veniva ipnotizzato o beveva un qualche intruglio, e diventava cattivo e diceva a tutti delle cose brutte. Il giorno dopo a catechismo ho fatto finta di essere quel protagonista e, insieme ad Eleonora, sono andato in giro gridando -Gianluca sei un trippone di merda vaffanculo croci ciccione del cazzo- con una voce roca che non era la mia. Quando Gianluca mi ha trovato mi ha sbattuto a terra e mi ha dato un calcio.
Quando mia mamma mi ha detto che aspettava una bambina eravamo in bagno, abitavamo ancora da mia nonna. Lei si stava asciugando i capelli. Le ho guardato la pancia. Era gonfia. Lei mi ha fatto sedere sul bordo della vasca e mi ha detto ti ricordi Cesare, quello che guida i pullman? Io sono andato da mia nonna, che stava lavando i piatti e le ho detto nonna! Hai sentito, avrò una sorellina! E lei ha detto at-la dit tò madàr? La prima volta che mamma mi ha fatto uscire con Cesare siamo andati in piscina al colle. Avevo 12 anni. Cesare non mi ha rivolto la parola per tutto il giorno. Anche io sono stato zitto. Quando ho chiesto a mia mamma perché, lei mi ha detto che, secondo lui, io ero la prova tangibile di una cosa che non sapeva accettare. Mia madre mi disse anche di non dire a nessuno della nascita di mia sorella.
Io l’ho detto subito a Gianluca. Era il mio super segreto. Lui ha alzato le spalle, non gliene fregava nulla.
Alle medie, per un anno, sono andato in mensa. Casa di mia nonna era li vicina, ma mi era venuta la fissa della mensa. Volevo andare insieme allo Zilio e a Tirotto e mangiare con loro. Non era niente di che. I risotti sapevano sempre della stessa cosa, qualsiasi fosse il “con” che seguiva. Una volta ci fu un bisticcio per le prugne secche che servivano come leccornia. A me non sono mai piaciute e la prof di disegno non se ne voleva capacitare.
La prof di disegno si chiamava Pezzotti e, nel rientro del pomeriggio, noi ragazzi ridevamo sempre come matti perché, regolarmente, si cagava addosso alla prima ora. Si avvicinava alla porta della classe e diceva toccandosi la pancia –ragazzi…ma la pizza… voi state bene? scusate- e usciva dalla classe e noi sentivamo i tacchi correre nel corridoio.
Ma la cosa bella del pomeriggio a scuola era che, prima di entrare in classe, molestavamo le ragazze. Dovevamo metterci dietro l’angolo altrimenti, dalla finestra, la madre di Riccardo ci vedeva. Prendevamo Lucia Savini in tre. Due la tenevano completamente ferma e il terzo, che spesso ero io, la toccava dappertutto. Al pomeriggio c’era ginnastica e lei aveva la tutta in fibra rosa dell’arena. Le cosce di Lucia Savini non avevano segreti per me. E la stessa sorte toccava anche alle altre ragazze della classe. Quando mi mettevo i ciclisti grigi un po’ aderenti passavo i minuti prima della ricreazione a farmelo venire duro poi, quando suonava la campanella, andavo da Alessandra Arturi, me lo abbassavo e glielo appoggiavo al culo. Lei strillava e mi inseguiva fino al bagno dei maschi.
È alle medie che io e GInaluca abbiamo iniziato ad allontanarci. Lui non veniva a Rompeggio, in campeggio con la chiesa ed era li che si facevano le amicizie che duravano tutta l’estate. Mio padre aveva ancora la casa nel vicolo e mi lasciava le chiavi. L’estate dalla terza media alla prima superiore è stata la più bella di tutte perché, dopo Rompeggio, la compagnia si era tutta trasferita a casa di mio padre. Lui era in Sardegna a lavorare e noi entravamo li di nascosto. Per me era diventata un po’ come la mia seconda casa. Nella casa nuova c’era Cesare che non mi parlava e mia sorella che strillava e mamma che sapeva solo dirmi per favore, pazienza, così io me ne andavo spesso a mangiare, da solo, nella casa del vicolo. Verso le tre e mezza arrivavano gli altri, e stavamo li a non fare niente. Bevevamo il liquore al mandarino e ascoltavamo un po’ di musica.
A casa di mio papà è dove ho portato Maria Duci, la primissima ragazza che ho mai baciato. L’ho conosciuta in campeggio, piaceva allo Zilio e lei era bella di faccia, ma con il culo grosso. Abbiamo pasturato, come si diceva ai tempi, per una settimana, poi salta fuori che lei se ne deve andare prima, perché va 20 giorni in Spagna con i suoi. Così viene Francesca a dirmi guarda che c’è Maria che ti vuole baciare. E in pochi secondi tutto il campeggio sa che io e Maria ci dobbiamo baciare. Tutti, compresi gli educatori. Duccio, che non so quanti anni avesse all’epoca, mi si mette davanti e mi segue dappertutto, impedendomi di limonare per la prima volta. Quando gli chiedo perché, che male c’è, lui mi risponde che è così e basta. Riesco a spuntarla e mi ritrovo davanti al bunker (una stanza isolata del campeggio) con Maria che mi aspetta. Io mi avvicino, so che la devo baciare, e non so che faccia fare, così mi viene fuori il sopracciglio alzato di papà, lei si mette a ridere, mi si avvicina e mi bacia. Ha un sapore da far schifo. Ma il rumore della lingua mi fa impazzire. Nei giorni dopo mi tocco come un folle muovendo le labbra come se stessi baciando.
Tornato a casa trovo già lettere di Maria dalla spagna che non vede l’ora di tornare, ma a me non me ne frega già più niente perché a me piace Silvia Savoretti, e non penso ad altro. Maria torna una sera, e la porto a casa di mio papà. Ci sono anche Chito e la Pamela e il Taglia. C’è una partita dell’Inter. Il taglia guarda la partita mentre Chito limona con Pamela, mentre io limono con Maria. Stabilisco che la puzza insopportabile del suo alito è uguale allo zampirone. Quando lo racconto a mia mamma c’è li anche Cesare e mi sembra che accenni ad un sorriso. Il giorno dopo, in piscina, decido di lasciare Maria. La prendo in disparte, e ho 15 anni e le dico “siamo di due mondi diversi”. Lei si mette a piangere. Scopro che ha le mestruazione, e che quindi non può fare il bagno. Passo metà della giornata in acqua, con le dita che mi perdono sensibilità.
Intanto, Gianluca, a casa di mio papà non ce lo faccio venire. Quando suona facciamo finta di non esserci. Dico agli altri di mettere le bici lontane dalla porta, così non capisce, e quando insiste mando qualcun altro a dirgli che siamo già in troppi. Un giorno chiama me il pippo, lo zilio e tecchia e ci chiede se, per favore, può fare parte del nostro gruppo. Dice, ci promette, che non sarà manesco. Gli altri sembrano anche possibilisti, ma io no, io non ce lo voglio Gianluca. E non lo dico a lui, lo dico dopo agli altri, quando dobbiamo decidere.
Alle superiori Gianluca va a fare agraria, io invece vado al tecnologico. Prendiamo pullman diversi per andare a Piacenza. Non lo vedo quasi più. Le uniche occasioni in cui lo incontro sono le partite di Calcio al campetto. Gianluca, che prima era un maritozzo, adesso va in palestra e tutti dicono che prenda la creatina, perché è dimagrito e sta diventando muscoloso. A calcio era una schiappa, invece adesso lotta su tutti i palloni, è quello falloso, quello che alza subito le mani, il piede fa ancora schifo, ma corre e rompe il cazzo. Io, ovviamente, perché poi ovviamente? ma ovviamente, faccio schifo a calcio. Quando si scelgono le squadre per ultimi rimaniamo sempre io e il Carpa, un ragazzo tutto secco che aveva sempre la maglia dell’olanda. Che cazzo di inferno quelle partite di calcio, chissà perché cazzo ci andavo.
Alla fine delle superiori Gianluca diventa solo un ricordo. Le partite di calcio sono finite. C’è l’università, e sento che Gianluca non la farà. No, ha iniziato a lavorare nei campi e nella tabaccheria della sua famiglia. A volte me la sogno quella tabaccheria, con la scaletta corta e sottile per andare ai piani superiori. Quando ci incontriamo, io e Gianluca, tutti e due ci trattiamo con superiorità. Credo che ognuno di noi si senta migliore dell’altro. No, non è vero. Non credo lui abbia un qualche pensiero nei miei confronti.
Un’estate di pochi anni fa salta fuori che Gianluca ha preso in gestione un locale notturno vicino al bowling. Non riesco a ricordarmi come lo chiama, prima si chiamava Cuba, ma sono sicuro che abbia cambiato il nome. Con i miei amici ci andiamo un paio di volte, ed è un posto tristissimo. Piantato in mezzo alla statale, con la pagliuzza sui cancelli a nascondere la nebbia e la musica alta a coprire il rumore dei tir.
E questa, è l’ultima cosa che so di Gianluca. Ah no, c’era anche che stava con una molto buona, che però lo cornificava regolarmente. Ma niente di che.

Già ieri sera mi sentivo triste. Con la mia ragazza che quando le parlo si addormenta perché è stanca e se provo a dirle qualcosa mi dice che devo fare il bravo in questi 15 giorni, che c’ha l’esame. Solo dopo realizzo che, forse, se avessi detto qualcosa di più interessante non l’avrei fatta addormentare. Insomma, comunque, triste. E Stamattina, quando mi sveglio, c’ho già una cosa che non mi fa sorridere. Non la smette di piovere. Camera mia è come se fosse già alle sei di sera. Ho la nausea del mondo del cinema e di tutti i suoi paraculi e penso sono solo due anni. Faccio domanda come inserviente in una mensa scolastica, ma non ci credo veramente. Amo solo piangermi addosso. Come questa frase. Come i porno con i gemiti fasulli che guardo un po’ e poi spengo con la mano sporca.
Ho guardato fuori dalla finestra aspettando il tuono dopo la luce. Grandina, e mi è tornato in mente Gianluca. E mi sono chiesto: cosa starà facendo? È felice adesso? È più felice di me? Starà nella tabaccheria? Sarà suo quel grosso Suv che ci ho visto davanti l’altro giorno? E poi ho scritto quella prima frase. E ho iniziato a ricordare e mentre ricordavo sono venuti fuori gli altri nomi, e mi sembra impossibile, ma è come se tutti si fossero persi. Non solo dentro di me, ma anche nella realtà. Non mi credete?
Guido, il proprietario del My Way, è in galera per spaccio; Fabrizio è gay, ha una lancia y colorata, e vende scarpe. Eleonora è scomparsa da Fiorenzuola e ogni volta che torna dicono sia o anoressica o drogata. Sicuramente non sembra felice. La prof d’arte è morta per un tumore all’intestino. Lucia Savini ha avuto problemi con la droga e con la separazione dei suoi genitori. Adesso la vedi in giro, un po’ sedata, un po’ eccitata, ma quando beve due bicchieri, ti confessa che se la vede veramente brutta. Alessandra Arturi, che aveva il reggiseno strano, adesso lavora in un ufficio da cui deve uscire almeno ogni ora, altrimenti si sente soffocare. Maria Duci è ingrassata di brutto. L’ho sentita ancora quando ero alle superiori e mi faceva delle telefonate porno, con io che la prendevo in giro insieme a Tecchia, e lei che stava insieme ad uno che l’andava a prendere a scuola in mititrebbia. Credo si siano sposati. Duccio, l’educatore, fa qualcosa legato all’informatica. Tutte le mattine prende il treno delle 7.04 per andare a Parma. Quando penso a lui mi viene in mente il freddo del binario. Il Carpa non so che fine abbia fatto.
Ma cosa è successo? È la pianura? Sono io? O i gemiti fasulli e la grandine e la città? E allora mi dico, è impossibile. È impossibile che tutti sembrino tristi. No, è impossibile, così mi sforzo, con gli occhi stretti, e con Guido che in galera si è fatto degli amici veri, con Fabrizio che ha un fidanzato premuoroso e che ama trovare la scarpa che calza alla perfezione. E la Prof, che prima di morire sorride e sorride anche Lucia vedendo che sua madre trova il coraggio di andarsene. C’è Maria che forse aspetta un bambino, forse è per quello e Duccio che non gli spiace affatto prendere il treno, anzi, magari sul treno trova la donna della sua vita e il Carpa, che è felicissimo da qualche parte e Gianluca, Gianluca che veramente mi picchiava perché mi voleva bene, perché ci teneva a me e io..io.. che adesso mi alzo, vado al frigo, e mi bevo un succhino all’albicocca tutto d’un fiato, fino a quando la canuccia non sorbaccia, fino a quando non smette di grandinare.

2 Responses to “Fake#life of a Screenwriter GEMITI FASULLI E GRANDINE E CITTà”


  1. 1 Federica

    Ciao Francesco, Ho capito che conosci Silvia (Forse sei Francesco che era il suo miglior amico in infanzia???). Non sto qui a spiegarti tutta la storia, ma se hai occasione di sentire Silvia potresti dirle che le vogio tutt’ora un mondo di bene.
    Ti ringrazio tantissimo ; - )

  2. 2 Francesco

    mmm non ho capito bene federica… ma, ok. :-)

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