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Fake#Life of a Screenwriter LET IT BE

io e sofia siamo seduti vicini sul pullman. lei sta dormendo, io ho gli occhi chiusi e sono lì lì. la testa mi scivola e si appoggia delicatamente sul suo seno. sofia ha delle belle tette. non è bella, ma tutti se la farebbero per via delle tette e per quall’aria da maialina che non riesce a lavarsi dalla faccia. appena la mia guancia si appoggia alla maglietta mi sveglio, e mi rendo conto dove sono.  mi aspetto che da un momento all’altro lei si metta a ridere e mi sposti la testa imbarazzata. ma non succede nulla. i secondi passano e io sono sempre li. mi verrebbe da muovere la lingua, chissà, magari sento qualcosa. ma ecco che Sofia si muove, ecco, mi dico, è finita, e invece si sposta e appoggia la gamba sopra le mie ginocchia e poi giù, in mezzo alle  cosce. anche lei era sveglia e mi immagino che sia diventata tutta rossa, come sempre fà quando non sa cosa pensare.

la sera prima. io e Sofia balliamo insieme. siamo in seconda superiore e siamo in inghilterra, in gita. è un pub orrendo e queste sono le prime birre, quelle che le senti, no matter what, come dicono la. io sono uno sfigatello incredibile. in quel periodo ero convinto di voler fare il baywatch, proprio come micc biucannon, quello della tv. e non è che lo dicevo così, mi stavo proprio informando. e poi facevo il duro, mi davo un tono. traducevo i testi dei metallica e dicevo che li scrivevo io. nothing else matter mi ha fatto limonare un bel po’. e figuriamoci se un duro si mette a ballare. tsk. no grazie claudia, una ragazzetta che mi ha invitato ad andare in pista. rimango seduto insieme a sofia e al pippo.  il gruppo sul palco inizia a suonare let it be. io guardo sofia, e non so cosa mi prende, ancora adesso mi chiedo perchè, ma la invito a ballare. lei, che mi aveva appena visto rifiutare claudia, si alza tutta impettita e mi accompagna in pista. ci stringiamo, come non sapevo si facesse. sofia, dolcemente, mi accarezza il collo. le sue dita piccolette si muovono delicatamente rizzandomi tutti i peli sulla nuca.

sono passati dieci anni, ed è così che io e sofia ci siamo messi insieme. alla fine della gita, sull’aereo, ci siamo dati il nostro primo bacio. ricordo che eravamo sopra ad un lago, non so se maggiore o garda, ma poco conta. in dieci anni io e sofia non ci siamo mai lasciati. conosco molte coppie che durano tanto, ma succede che spesso si lascino per mesi, per poi tornare insieme. io e sofia no. litighiamo come bestie, ma dopo poco, dopo dieci minuti, sentiamo il bisogno di stringerci e di tornare a ridere per qualsiasi cosa. lei è dolce con me. anche se abbiamo quasi sempre abitato in posti lontani,  non mi ha mai fatto passare un compleanno da solo. mi ricordo un anno che abitavo a genova, ed era il mio compleanno, e lei mi aveva detto mi spiace, non posso venire. io mi ero depresso a morte e avevo iniziato a bere. un amico mi aveva trascinato a casa e davanti al portone c’era sofia ad aspettarmi, con un fiocco appuntato sul petto. sono io il tuo regalo. il fatto strano è che anche lei non stava bene, si era presa un qualche tipo di virus, e così avevamo passato la serata in bagno, io a vomitare, lei con la diarrea. e anche se stavo messo così, ricordo quello come uno dei compleanni più felici di tutti.

in dieci anni non ho mai tradito Sofia. ci siamo messi insieme a sedici anni, capirete che prima non è che scopassi a destra e a manca. io ho fatto l’amore solo con Sofia. a volte mi pesa, mi chiedo se le altre patate sono diverse da quella della mia sofia. altre volte mi sento fortunato, perchè non devo partecipare a quella infinita corsa campestre che è la ricerca di una donna da montare. lei dice che mi è sempre stata fedele e che anche lei non mi ha mai tradito con nessun altro. e io le credo. quando mi sono trasferito a roma è stata dura. si, ho abitato a bologna e a genova, ma tutti i week end tornavo da lei. invece roma è lontana e non si può tornare a casa ogni settimana. poi a sofia questa città non piace. la prima volta che ci è venuta io dovevo lavorare e le ho detto vai un po’ in giro, fai la turista. quando sono rientrato a casa lei dormiva sul mio divano. le ho chiesto perchè non è uscita e mi ha risposto che roma le fa paura.  allora l’ho stretta nel mio letto, ho iniziato a baciarla e ho capito che io e sofia non avremmo mai abitato insieme qui.

sono un po’ di giorni che sento sofia strana, boh, mi chiama meno. è stata in montagna con dei suoi amici e se le chiedo che cos’hai lei mi risponde che è stanca e quando torno a casa. così ho deciso di tornare questo week end. sono andato a termini due ore prima della partenza del treno e le ho preso dei regali. ho preso un astuccio per le matite, perchè so che ne ha bisogno, uno shampoo di bottega verde che le piace perchè le ricorda qualcosa, e un completino intimo sexy, con il reggiseno trasparente a triangolo, come piace a me. due piccioni con una fava. in treno sono agitato. non rivedo sofia da due settimane e mi manca. quando mi aspetta in stazione a parma si mette sempre nello stesso punto e mi corre incontro sorridendo. di solito non ci baciamo sulla bocca appena ci rivediamo. ci abbracciamo e io infilo la mia faccia tra la sua spalla e il suo collo.  sento il suo profumo.

quando esco dal sottopassaggio la vedo, ed è dove sta sempre. ma non mi corre incontro. sorride però, quindi va tutto bene. ci abbracciamo, la stringo e poi la bacio. lei arrossisce. in macchina fino a casa parliamo del più e del meno. mi racconta la sua giornata e io la mia. ceniamo insieme. mi ha preparato il risotto che, non diteglielo, non sà proprio fare. poi andiamo in camera. mi metto a letto, sono stanco, ma ho comunque voglia di sentirla nuda vicino a me. mi spoglio e… mi scappa una scureggetta. ci mettiamo a ridere, perchè chi è che non ride con le scureggette ma.. la risata di sofia è qualcosa di più, non finisce quando dovrebbe finire, è come se non smettesse mai e io la fisso e la risata diventa un singhiozzo, più singhiozzi, lacrime e occhi gonfi. io sono nudo e mi alzo, la abbraccio le dico tata cosa c’è? cosa succede, ma lei scansa le mie mani. non la smette di piangere e io sono preoccupatissimo. stai male? cosa c’è, cosa succede?

Sofia si è comprata gli scarponi nuovi. ha iniziato a camminare da poco in montagna, ma le piace. le piace la fatica che si prova a salire e la soddisfazione di quando si è in alto e si vede tutto sotto. è fortunata, perchè i suoi amici vanno spesso in montagna, a sciare, a fare camminate o a fare solo dei giri. insieme a sofia ci sono Luca, Paolo, Francesco e Giulia, una sua amica. a Giulia piace il cazzo. vorrei dirlo in modo diverso, ma questo è. non c’è niente di male, ma a lei proprio piace e se può appena, si mette a succhiarlo. questo, per quando viene il momento di andare a dormire nelle tende, è un po’ un problema. perchè ci sono tre tende, e Giulia si infila in quella di Luca, Paolo è grasso e vuole dormire da solo, e a sofia rimane solo la tenda di Francesco. quando le telefono, questa cosa non me la dice. mi dice che dorme in tenda con Giulia perchè, si ripete, tanto non succede nulla. e davvero la prima notte non succede niente. Francesco, però, è simpatico, ha sempre la battuta pronta e parla a Sofia come se la conoscesse, anche se proprio non sa chi è. i gusti di sofia sembrano gli stessi di Francesco e, quando spengono la luce, a tutti e due viene voglia di parlare ancora. Sofia pensa di mettere le mani avanti e parla al francio (così lo chiamano gli amici) di me, del suo francesco, e dice che le cose tra noi vanno bene, che mi ama, grazie. nei tre giorni di campeggio Sofia e il Francio camminano sempre vicino. lei, che è un po’ inesperta, rimane spesso indietro, e lui l’aspetta. ridono del fiatone. ridono dei sassi, ridono di tutto cazzo. l’ultima sera si festeggia e tutti bevono. vorrei pensare che si sono sbronzati per bene, ma non lo so. Giulia, ovviamente, sta spompinando quello nella sua tenda e quindi sofia, ancora una volta, si sdriaia vicino al francio. fa freddo quella sera. francio si gira verso sofia, verso la mia sofia, e l’abbraccia. lei rimane ferma, proprio come quel giorno sul pulman. sarà arrossita? le saranno venute davanti agli occhi tutte le nostre cose? ci avrà visto da grandi mentre ci sediamo su una panchina e ricordiamo? mi avrà pensato solo nel mio fottutissimo enorme letto romano mentre penso a lei con il pisello in mano? oppure non ha pensato a nulla quando si è girata e ha infilato la lingua in bocca al francio, con una passione che da anni non provava. non ha pensato a nulla quando si è spogliata e ha mostrato il suo seno che da dieci anni vedo solo io, ad uno sconosciuto. niente mentre si è fatta accarezzare, bagnata, eccitata, sola. hanno scopato. lui è venuto abbastanza in fretta e credo che a lei non sia piaciuto più di tanto. ma ovviamente questo sofia non me lo dice.

le mani mi tremano. me ne accorgo dopo un po’. forse ho freddo, penso, dato che sono ancora nudo. mi guardo il pisello, piccolo, rugoso, stupido. Sofia è seduta davanti a me. mi ha raccontato tutto. non ha ancora smesso di piangere, e la cosa mi irrita a dismisura. ha detto la frase mi spiace credo un milione di volte. mi spiace, scusa. non voglio perderti, non voglio che finisca. ti amo. boh. non capisco. non riesco più a capire quello che succede. la testa mi gira. dieci anni. scusa. let it be. mi spiace. il francio. scusa. la prima volta che io e sofia abbiamo mangiato insieme un gelato il mio è caduto e lei mi ha dato il suo. mi spiace. mi alzo e mi rivesto. quando lei cerca di toccarmi la sposto con forza e vedo la mia mano in aria, pronta a colpirla. mi fermo, ma non perchè non voglio farlo. mi fermo e basta. prendo il mio zaino ed esco, lasciando sofia in lacrime, seduta a terra, le gambe piegate con un angolo innaturale.

cammino in strada. è notte, cerco di non pensare al francio, che non so che faccia abbia. cerco di non sentire la fitta che mi comprime la pancia e non se ne va. vado in un bar, ma appena mi siedo capisco che non voglio stare li. mi siedo su una panchina, ma anche quella non va bene. non riesco più a trovare il mio posto. e allora mi metto a piangere, perchè quando penso quella frase, capisco che è questo quello che è successo. senza sofia non so più quale sia il mio posto. vedo un’insegna rosa lampeggiante. è un puttanaio. uno strip club. entro  senza fermarmi. mi siedo sui divanetti. le ragazze che ballano sul palco mi sembrano brutte, sciatte, con tutti quei brillantini che cadono, e i vestiti minuscoli che non vedo perchè metterli. oltre a me ci sono solo un vecchio, e un signore che ascolta con le cuffie della musica. mi sembra un film di Lynch, e non mi piace. me ne sto per andare quando una donna mi si siede in braccio. puzza di sudore ed è appiccicaticcia di creme. i capelli neri mi sembrano sporchi e il suo alito puzza un po’. accosta la sua testa al mio orecchio, me lo lecca e mi sussurra: “ciao, io sono zia monella, qui sono la più vecchia di tutte, ma come ti faccio godere io non ci riesce nessuna…” rifletto su quanto sia sgrammaticata la sua frase e poi la guardo meglio. ha le borse sotto gli occhi e le rughe. è vero, è vecchia.

mi faccio accompagnare nel privé. mi tiene per mano. pago e mi sento uno stupido perchè ho lo zaino come uno scolaretto. i privé sono minuscoli con degli scomodissimi divanetti rossi. cerco una posizione comoda, ma non faccio in tempo perchè zia monella mi alza la maglia e mi inizia a mordicchiare il capezzolo. ma perchè? non dovrebbe spogliarsi lei? e poi penso poverina quanti peli avrà in bocca. mi dice -ti piaccio vero sporcaccione?- io dico sì zia monella. dal corridoio si sentono le grida delle colleghe che la incitano, vai zia, perchè è chiaramente un evento quello che sta succedendo. zia monella inizia a muoversi. si spoglia velocemente. cerca qualche passo di danza che non le viene. sembra una triste signora ubriaca. a me viene duro. tanto duro. lei lo accarezza e ride, -lo sapevo che sei un porcellino. vuoi godere?- si zia, fammi godere. inizia ad agitarmi il culo sull’uccello. si strofina tutta. il francio stringe sofia e ne sente il profumo, quello stesso che mi aspetta in stazione. zia monella mi infila la lingua in bocca. sa di fragoline e fumo. la limono duro. mi dice -sai cosa mi eccita?-. Io e sofia siamo in camera mia e stiamo guardando un film. lei si addormenta e mi bagna la maglia con la bava, e penso sia meraviglioso. No zia, non so cosa ti eccita. -mi eccita quando mi dicono le sporcacciate- e mi alza ancora la maglietta e mi morde ancora il capezzolo. poi mi tocca il cazzo e sente che è sempre più duro, così si muove ancora più forte e forse dovrei mettermi a ridere, perchè questa vecchia mi sta ballando nuda davanti e non è un modo di dire che potrebbe essere mia madre, e i suoi muscoli sono troppo rilassati e le sue tette cadono irregolari sul fianco, con un capezzolo triste e stanco -dimmi le porcate-. whisper words o f wisdom, let it be. -dimmi le porcate- così la fisso dritta negli occhi e le dico vorrei cagarti in faccia zia monella.

lei si blocca. si allontana. e io è come se mi svegliassi. lei mi guarda come se fossi la cosa più brutta che ha mai visto. mi manda affanculo e va a chiamare l’ometto enorme che sta fuori per farmi cacciare. me ne esco che ce l’ho ancora duro e ricomincio a camminare.

quando sono ormai lontano dallo stripclub mi ricordo una cosa. torno indietro. l’ometto mi accoglie già incazzato. io alzo le mani. vengo in pace. appoggio lo zaino a terra. tiro fuori il pacchetto con il completino che volevo regalare a sofia e lo dò al buttafuori -perfavore fallo avere a zia monella, le starà bene-.

ora è quasi giorno. sofia mi ha chiamato molte volte. ci sono molte chiamate perse. non lo so. forse tornerò da lei, o forse prenderò il primo treno e cercherò di addormentarmi appoggiato al finestrino. magari sognerò qualcosa di dolce.

Fake#Life of a Screenwriter WALKIN WITH MY SHADOW

dovrei scrivere dell’altro, ma questa voglio proprio raccontarvela.

sono due anni che non scopo. non è che sono brutto, non è che non ci provo, ma non ce la faccio. due anni che non si batte chiodo. sono andato fin in spagna perchè mi avevano detto che li era letteralmente un puttanaio, ma niente da fare. le spagnole hanno guardato la mia panza e hanno deciso che non era sexy. troppo basso, troppo timido, puzzi troppo, insoma c’era sempre un troppo che mi fotteva. due anni sono lunghissimi.

ieri a pranzo è venuta mia nonna. lei è sola da nove anni. i miei nonni si sono conosciuti su un bus a roma. mio nonno, che faceva il poliziotto, ha avvicinato mia nonna e le ha provato a parlare. lei gli ha sorriso e si è fatta accompagnare fino a casa. poi se n’è andata. mio nonno l’ha ritrovata a fiorenzuola. l’ha cercata dappertutto, capite, e si è presentato alla bisnonna chiedendole la mano di sua figlia. andava così allora, più nella realtà che nei film. mio nonno era una persona straordinaria. sapeva fare tutto. un giorno, da piccino, gli ho fin chiesto se sapesse suonare il violino. mi ha risposto di no ridendo. mi portava sulla canna della bici in giro la sera e quando c’era la discesa vicino alle scuole io facevo no no, non lo fare, ma lui andava giù lo stesso, e io, alla fine, ridevo con le mani alzate perchè sapevo che non mi avrebbe mai fatto cadere. mio nonno si è ammalato di cirrosi epatica. non beveva. ha preso l’epatite non si sa come. quella è una malattia che, di solito, uccide le persone in un paio di anni. mio nonno è andato avanti 17 anni. gli avevano detto no vino, no carne rossa, no dolci. e ogni giorno un cucchiaio di olio di ricino. non ha mai MAI sgarrato. ogni giorno lo vedevo bere il cucchiao di olio per poi dire “iabudass”, che schifo. quando mio nonno è morto io c’ero. mia nonna era andata un attimo sul balcone e lui è morto proprio in quel momento, come se non volesse farsi vedere dalla persona che ha amato per 50 anni. ho una cosa che mi pesa ed è mia nonna che stringe piangendo mio nonno senza vita, accarezzandolo con i singhiozzi. quello è il mio amore.da allora nonna non è più stata la stessa. si sveglia nel cuore della notte sentendo la voce di mio nonno sussurrarle cose dolci.

a pranzo nonna mangia come un uccellino. è dimagrita a bestia e spilucca qua e la. gli occhi le fanno fatica e non ci sente più bene. si sta lasciando andare e sono sicuro che una parte di lei ne è contenta. lui è li ad aspettarla. mentre mangiamo mi chiama il mio amico Gabro e mi dice “Pera sto con due maialone assurde. devi venire. ora.” io guardo mia mamma, che ha sentito perfettamente tutto e mi sorride. mi alzo e mi vado a vestire. saluto tutti ma, prima di uscire, mi rendo conto che non ho neanche un soldo. e vedo li la borsetta di mia nonna. senza alcun rimorso le frego 20 euro. non se ne accorgerà mai.

le tipe sono effetivamente carine. dicono che vengono dal canada, che stanno facendo un viaggio in macchina per l’italia e che si sono fermate a fiorenzuola perchè hanno rotto la macchina. “che culo” dico senza essere capito. c’è una decisamente carina, e una più bassina, ma con tutte le sue cosette a posto. due anni che non scopo. ricordiamocelo. sembrano simpatiche. decidiamo di andare a berci qualcosa in riva al fiume, intento affatto bucolico, piuttosto mirato risparmio: al supermercato le bocce di vino costano meno che al bar. ne prendiamo sei, c’è tempo per berne altre, al massimo.

arrivati al fiume le tipe si siedono a terra e iniziano a ridere. cazzo hanno da ridere?, chiedo al gabro “sono eccitate” mi risponde lui, ma non capisco il collegamento. il dialogo langue, a dir poco. non parlano bene inglese e noi non parliamo francese se non due cazzate. la cosa più simpatica che riesco a dire è, a quella bassa, che sembra un hobbit. non la prende bene e non mi parla più. la buttiamo sul triviale e iniziamo con le canzoni da osteria. ci tocca sentire pure quelle canadesi e quando proviamo a ripeterle le ragazze si dimostrano estremamente pignole riguardo l’intonazione. ci fanno il gesto di quando l’ottava dev’essere una più in alto. a parte tutto, però, le ragazze bevono. stanno dietro a me e gabro e, in un’ora, ci secchiamo le sei bocce. noi siamo belli freschi e contenti. mi metto a pisciare nel fiume e sento le ragazze scoppiare a ridere di brutto. al gabro dico “devono avermi visto l’uccello e si sono eccitate a bestia” no pera, mi fa lui “è che ti sei tutto pisciato addosso” e solo allora vedo la macchia sui pantaloni.

quella più caruccia delle due si alza. dice toilet. va dietro ad un albero. quando torna si siede a terra. si batte con la mano sulla testa e inizia a vomitare tipo idrante. mai visto tanto vomito in vita mia. ovviamente io e gabro scoppiamo a ridere, poi lui si alza per aiutarla e, molto probabilmente, per cercare di palpeggiarla mentre è svenuta. ancora sto ridendo quando mi giro e vedo l’hobbit fissarmi. mi guarda  dritto negli occhi. “do you have a girlfriend?”. dal niente. così. “no” dico scuotendo la testa. “and you? you have a boyfriend?” “i have a fuck friend” dice lei. wow. scop’amico esiste anche in inglese. e siamo li. e improvvisamente mi ritrovo nella situazione che devo baciare questa sconosciuta che ho chiamato hobbit e che non mi ha rivolto la parola tutta la sera. due anni che non scopo. “kiss?” faccio indicando me e lei. lei annuisce. mi giro e la bacio. ha una linguetta vispa e dura che fruga dappertutto. credo abbia trovato un popcorn di un paio di sere fa. l’alito le puzza di vino. intanto dietro di noi c’è il gabro che spara fuochi d’artificio da quanto è contento per me. è fatta. stasera si scopa. è fatta. dopo due anni. ci diamo un ultimo lunghissimo limone, manco avessimo 15 anni e poi anche lei dice toilet. si alza e va dietro lo stesso albero. mentre è via il gabro mi da sette scelte di goldoni differenti. opto per quello ritardante lui stimolante lei. quando torna l’hobbit cammina storto. giovane frodo ubriaco si siede a terra e, dopo un paio di secondi, si mette a vomitare pure lei. dio cane. al secondo getto ancora ancora pensavo me la faccio lo stesso, ma quando ho visto cosa ha mangiato tre giorni fa ho realizzato che era finita. “tanto vale mandarla in vacca” dico al gabro. e vediamo che dalla borsetta della prima spunta una macchinetta digitale. la prendiamo e iniziamo a farci delle foto stupidissime con le tipe mezze morte incoscienti a terra. io sopra una che la monto. io che rubo il portafoglio. io che faccio finta di vomitare. io con il cazzo fuori e l’aria triste.

è ora di andarse. è tardi. il gabro sveglia la prima. ci mette un po’ ma si sveglia. io vado dall’hobbit. la scuoto. niente. la scuoto più forte. niente. inizio a prenderla a schiaffi. niente. o-cazzo. estremo, le metto la testa nell’acqua del fiume. si ripiglia, ma rinizia a vomitare subito. che palle. ho detto al gabro mettimela sulle spalle, la riportiamo al BB dove stanno. me la mette in groppa e la stronza mi vomita tutt’addosso. merda. due anni che non scopo. iniziamo a trascinarla di peso in due, ma questa continua a cascare, così decidiamo va bene, chiamiamo l’ambulanza.

le sirene mi sembrano eccessive, ma sembra di stare in er, con quello dell’ambulanza che dice “julie (hobbit) stai sveglia! STAI SVEGLIA” NON CHIUDERE GLI OCCHI!”  e sotto io che dico eccheccazzo è solo sbronza. la sua amica è sconvolta. al pronto soccorso si toglie gli occhiali e continua a piangere. non la smette un secondo. è una scena tristissima. con l’hobbit collassato sulla barella, la ragazza che piange e… il gabro che, dietro di loro, mi fa segno solo con la bocca L-A  M-A-C-C-H-I-N-A  F-O-T-O-G-R-A-F-I-CA e mi ricordo delle foto. che figura di merda se le vedessero. così, mentre la tipa piange, io cerco di rubarle la macchina dalla borsetta. mi becca subito.  “ehm… I was looking for a… come cazzo si dice fazzoletto?”

niente. non ho scopato neanche stavolta. siamo stati al pronto soccorso tutta la notte. alla mattina sono rientrato a casa distrutto e con la maglia sporca di vomito secco. vicino all’ingresso era seduta mia nonna. aveva gli occhi gonfi. teneva in mano degli spicci. li contava, uno sopra all’altro, con la finestra dietro a muoverle i leggerissimi capelli che le sono rimasti. quando mi ha visto non si è accorta dello stato in cui ero. “cosa fai nonna?” “a sum mia bòna da ‘catà 20 euro (non riesco a trovare venti euro)” ed è agitatissima, e non la smette di contare le monete che ha in mano. “te li volevo regalare” dice. vedo mia nonna, magrissima, con la vestaglia che non le va, la vedo che si sente persa per quei venti euro, sconfitta, come se tutto quello che contasse fosse quello. mi sono messo a piangere, come non facevo da una vita. sono scoppiato a piangere e mia nonna si è alzata e mi ha abbracciato e mi ha detto stai tranquillo te ne do degli altri. piangevo e non la finivo più, perchè il mio regno è quello del rimorso, e mai quello della verità, perchè cammino con la mia ombra e a volte la mia ombra è migliore di me.

sono andato a letto senza lavarmi e senza dire a mia nonna dei venti euro. ho pensato a cosa c’era dietro quell’albero che faceva vomitare le ragazze e a mio nonno e a come, se mi vedesse, si vergognerebbe di me.

#12-NY, Kick-me-so-i’ll-know-you-love-me


ora, nei negozi americani c’è di tutto.
per dire: il primo tostapane l’ho comprato in farmacia.
ora entro in questo negozio cinese per comprarne uno nuovo.
ora, che negozio è non lo so dire.
a destra frutta e verdura, a sinistra dvd player, poi articoli per la spiaggia, il mare, cancelleria, giocattoli
ora vado alla cassa e chiedo alla cinese: cinese, hai un toaster?
glielo chiedo in inglese.
la cinese parla solo cinese, of course
ma ecco, la differenza tra cinesi e messicani è questa: quando il messicano non capisce, ti dice: ciccio, non ti capisco, mi dispiace, ciao. te lo dice in messicano, e se ne va.
ora il cinese no. il cinese parla. meno lo capisci, più parla.
dunque, devo spiegare alla cinese cosa è un toaster
scarto l’inglese
scarto lo spagnolo
faccio gesti
ora, che la cinese ha capito non lo vedo dal sorriso
lo vedo dal terrore
la cinese è costernata, quasi piange
ora, come glielo spieghi, a una cinese, che non vuoi un toast, volevi un toaster, non un toast. come glielo spieghi a una cinese che se ne sta lì, affranta e avvilita perché si sente una brutta persona e una pessima venditrice dato che non può farti un toast, e continua a chiederti scusa e intanto chiama a raccolta tutto il negozio per capire come farti un fottuto toast, dico, come cazzo glielo dici, alla cinese, che il suo toast non lo vuoi neanche per sogno e che cristoiddio va bene così, cinese, ciao, cinese, ciao!
ora, se ti squilla il telefono va liscia. ti defili piano piano, piano piano..
ma il telefono non squilla
ora: stai scappando
corrimi dietro, se gliela fai, cinese!

s.

 

#11-NY, QUI LO CHIAMANO TEATRO

\f’where - zah - broo - tah\

Fake#Life of a Screenwriter THE TIME I WAS IN LOVE

Quando avevo 13 anni nella mia testa c’era solo Silvia Savoretti.

ho preso la bicicletta gialla grande di mio nonno e mi sono messo a pedalare sulle punte, perchè altrimenti non ci arrivavo. alle due del pomeriggio, in estate, a fiorenzuola non c’è in giro nessuno. giusto il vecchio che lotta per arrivare al bar a giocare a briscola. pedalo veloce, più veolce che posso perchè voglio arrivare prima e gustarmi l’attesa. Io e Silvia abbiamo un appuntamento. come amici oh, niente di più, perchè è così che lei mi vuole bene. cazzarolla. ieri sera abbiamo visto un film insieme. mi ha chiamato, dal nulla, e mi ha detto “non ho voglia di uscire, vieni a vedere un film qui?” ho balbettato certo certo e poi ho chiesto a mia mamma quale film avremmo potuto vedere. lei mi ha dato una cassetta e mi ha detto “vai tranquillo con questo, è bellissimo”. era il principe delle maree, con barbra streisand. ma mamma aveva ragione, a Silvia è piaciuto tantissimo. si è commossa. io non ricordo nulla, ho passato il tempo a guardarle quelle timide bocce che spuntavano da sotto la camicia. meravigliose. chissà quale consistenza hanno. un mio amico ha catalogato la consistenza delle bocce in quindici tipi diversi. mah, io non ne ho mai toccata una, ma non ditelo a nessuno. finito il film Silvia mi dice che ha passato una bella serata e che domani non ha niente da fare, se ti va si può fare un giro insieme. io ho sorriso cercando di essere il più non curante possibile. “sì, credo sì sì” lei ha mi ha dato un bacetto sulla guancia e mi ha detto “sei proprio un amico!”. vacca troia. ma che amico e amico, io ti amooooo silvia savoretti!

sgommo davanti al cancello della villetta a schiera dove abita silvia . sono in aticipo di 40 minuti. inizio a ciondolare come un animale in gabbia, avanti e indietro di fronte a quel cancello temprato insormontabile. non posso suonare, altrimenti capirà che ci tenevo troppo, ma non posso neanche andarmene, altrimenti se lei esce prima e non mi trova ci faccio la figura di quello che…. ooo, diavolo, ma come fanno tanti pensieri a sovraffolare una zucca così piccola? poi inizio ad immaginarla mentre si prepara per me, solo per me. la vedo scegliere quella maglietta azzurra, perchè una volta le ho detto che stava bene. i pantaloncini corti no, perchè sono troppo da maschiaccio, la gonna invece no perchè è troppo troppo… è troppo, così preferisce soffrire il caldo dei jeans. e poi il trucco, solo un filo di ombretto, come le ha insegnato sua mamma.  “ciao” silvia mi saluta. ci rimango di cacca. credo di aver avuto la bocca aperta. iniziamo bene. sto frugando in testa per cercare una battuta, un qualcosa per fare il brillante, ma ancora prima che io possa dire ba, silvia scoppia a piangere, mi abbraccia e mi dice “andiamo via di qui, per favore”

silvia si siede sulla canna della bici di mio nonno. le prime pedalate sono incerte, faccio fatica da solo, figuriamoci in due. ma poi tutto diventa più liscio e il vento porta i capelli di silvia sulla mia bocca. cerco di sentirne l’odore, ed è come un profumo di non so che. lei si asciuga gli occhi con un fazzolettino. vorrei dirle usa pure la manica della mia maglietta, ma sto zitto. passo tatticamente per il viale della stazione, perchè è li che sta l’ingresso di parco lucca, il parco di quelli che vanno a baciarsi. “andiamo a sederci su una panchina?” o mio dio. me lo ha chiesto davvero? lo ha chiesto a me, certo, non c’è nessun altro qui. giro la bici e per poco non cadiamo sulla ghiaia. mi fermo alla prima panchina. appoggio la bici a terra e quando mi giro Silvia sta ancora piangendo. mi avvicino cauto. non ho la minima idea di cosa fare. “perchè piangi?” lei alza lo sguardo. ha gli occhi gonfi. non l’ho mai vista più bella di così. le labbra, non so perchè, sono più rosse di come le ricordavo.  “Raffaele Rossetti ha la ragazza!” e giù di lacrime. Raffaele Rossetti ha un anno più di me ed è il ragazzo che piace a Silvia dalla scorsa estate. alcuni dicono che lei sia riuscita a rubare una foto della classe di Raffaele per farci strani riti di magia per farlo innamorare. “mi spiace” dico io, ma non ci crede nessuno. “comunque è uno stupido” silvia si asciuga le lacrime. “perchè?” Perchè mi chiede, tsk, ma che domanda è, perchè sei bellissima silvia e chi non vuole starti vicino tutti i giorni è la persona più stupida del mondo. “non lo so” ho detto alzando le spalle e assumendo un espressione da coglione che non so dove ho trovato. lei ha riso, finalmente, e le sue guance hanno cambiato colore e forma. ero felice di averla fatta sorridere.  nell’ora che è venuta abbiamo parlato di tutto, dal basket a cui mi ero iscritto, a sua mamma che voleva cambiare lavoro, di me, che c’avevo spesso questa cosa di non saper come dire quello che pensavo, e di lei, che a volte si sentiva sola e non sapeva perchè.

quando le ombre hanno iniziato a farsi lunghissime abbiamo capito che era ora di tornare a casa. io mi sono alzato, ma silvia mi ha preso la mano. mi sono bloccato. avevo la mano sudaticcia e me ne vergognavo. lei non mi guardava. “sai che sei anche tu uno stupido?” e si alza e mi si mette davanti. siamo vicinissimi, non riesco a pensare a niente se non o mio dio o mio dio o mio dio, e poi scemo la devi baciare, baciala, baciala adesso. Silvia si è avvicinata, ha dischiuso leggermente la bocca e l’ha appoggiata alla mia. non sapevo bene cosa fare e, ancora prima di iniziare a baciarla veramente, le ho toccato le bocce. una strizzatina. a lei è scappato un sorriso, poi ha preso la mia mano e l’ha mossa più dolcemente. e abbiamo iniziato a baciarci, come nei film. la sua bocca sapeva di lampone.

mentre l’accompagnavo a casa non abbiamo detto nulla. cercavo solo, in ogni angolo della mia bocca, i lamponi.  l’ho salutata e l’ho vista salire le scale di casa sua, salutare sua madre, e chiudere la porta. il viaggio in bici verso casa mia è stato pieno di colori, canzoni e eccitazione. avevo una ragazza?

io e Silvia non ci siamo più baciati. sono stato malissimo. lei non si è più fatta sentire, e io non volevo essere il primo a cedere e ad alzare la cornetta. poi sono iniziate le superiori, lei ha iniziato a fumare, io sono andato a scuola a piacenza. niente era più come prima.

ieri sera ero alla croce bianca, un locale di fiorenzuola. stavo li a bermi una cosa prima di andare a letto. c’erano poche persone nel locale, ma c’era comunque una caciara assurda. continuavo a sentire della grida, delle risate fastidiose. mi sono alzato per andare a vedere e, sedute ad un tavolo c’erano cinque sei amiche. tra di loro c’era Silvia Savoretti. grassa e ubriachissima. mi ha riconosciuto e ha gridato francescooooo, prima di ributtarsi sulla sedia. doveva essere una sorta di addio al nubilato, cazzate del genere. io me la svigno, ritorno al mio posto a bere ancora un po’ e poi decido di andarmene.

dopo pochi metri fuori dal locale mi sento chiamare. è un’amica di Silvia, dice se, per favore,  dò a Silvia un passaggio a casa, che loro non possono e che lei è troppo ubriaca per guidare.

Silvia puzza di fumo, alcol e fallimento. le chiedo cosa fa nella vita adesso. biascica che lavora in un’agenzia di assicurazioni, pochi secondi prima di svenire sul finestrino, lasciando una scia appicicosa di gel sul paesaggio che scorre fuori. Arrivati mi chiede se le faccio un po’ di compagnia, che non può tornare in casa così. io non vorrei, non mi piacciono questi tuffi nel passato, ma mi siedo comunque a terra vicino a lei. intanto che ci sono, penso, tanto vale togliersi la curiosità: “senti silvia, ma ti ricordi l’estate che ci siamo baciati?” lei sorride e dice certo. “ecco, ma ti ricordi perchè poi non mi hai più chiamato?” lei si gira verso di me. recupera un briciolo dilucidità “io non ti ho più chiamato? ma sei matto? sai quanti giorni ho passato davanti a quel cazzo di telefono?”. e tutto è fuori fuoco, perchè la silvia che conoscevo io non diceva cazzo, perchè questa era una donna di 30anni che viveva con i suoi, grassa e ubriaca e persa, e perchè, tutto in una volta, mi sono reso conto che il passato, che i ricordi sono meschini. “e poi” ha aggiunto silvia “ti ricordi quando ci siamo baciati che ti avevo detto di raffaele rossetti?” sì, annuisco io. “beh, non era vero, l’avevo detto solo per avere una scusa”. e si è messa a ridere, proprio come aveva riso allora. e, proprio come allora, in un momento di silenzio, si avvicina a me dischiudendo le labbra.

mi sono visto. e ho visto lei. seduti su un marciapiede. alla fine della nostra storia. ho alzato le spalle, come 15 anni fa e l’ho baciata con la lingua fuori stringendole quelle belle mammelle flaccide da trippona. quando ci siamo staccati ho realizzato che non sapeva più di lampone.

tornando a casa ho pensato alla morale di questa storia, e ho capito che non c’è. semplicemente è andata così. amen.

NY#10-GRADUATION DAY-IN CONTUMACIA

Mi sono diplomato. Ma non c’ero. 

Sono andato nel bronx a sbronzarmi con i miei amici. Iva la tedesca vegetariana e astemia, Anna che vuole fare la Marmaid a Manhattan e non sa ancora che le Marmaid da queste parti non sono proprio le sirenette disneyane e non è necessario saper nuotare in un gentleman’s club e Simone che ha dei grandi progetti per il futuro. Da oggi sono diplomato in regia al Centro sperimentale di Cinematografia. La mia festa è la loro festa e una birra non si nega a nessuno, neanche a mezzogiorno. E questo gruppo di freaks se ne va in giro per le strade del bronx cercando un posto in cui ripararsi dal sole cocente del giorno mezzo. Per far coincidere gli orari della cerimonia di consegna dei diplomi con il nostro fusorario abbiamo cominciato a bere alle 11e mezza. 

E le strade di New York sono troppo larghe per attraversarle barcollando.

Tutti i diplomati hanno una foto di diploma. e anch’io ne ho una, c’è Alberoni che stringe la mano di mio padre che tiene una pergamena e una medaglia in mano. Mai stato così fiero di me stesso.

NY#9-SUMMER BLOCK PARTY

 

al risveglio ho un livido sulla fronte
dove la fronte ha colpito l’asfalto
ma questo era venerdì
oggi è sabato
e sabato è il dì di festa
se mi dai la mano, ti porto con me nel sabato del villaggio americano

alle 9 sono in piedi
e le 9, dopo le casse di birra e la testa sul cemento
è prima dell’alba
ma alle 9 tutto ha inizio, qui
e l’inizio è assordante

un minuto e sono in strada
apro la porta ed ecco brooklyn
la musica che mi ha svegliato è musica latinoamericana e viene da un sontuoso impianto stereo
installato nel portabagagli di una fuoriserie bianca parcheggiata sul marciapiede
è l’unica macchina che ci sia in giro
la strada è chiusa al traffico
e in strada ci sono tutti

un enorme barbecue con annessi bomboloni del gas sforna cibo non-stop
le donne ballano
anche la mia vecchia vicina di casa, balla come una sedicenne
qualcuno ha teso un filo rosso da un marciapiede all’altro: i bambini ci giocano a pallavolo
gli uomini parlano
ridono
bevono
mangiano o preparano da mangiare
qualcuno ha sabotato la colonnina dell’acqua
trasformandola in una fontana
l’acqua salta verso il cielo poi forma una cascata
i bambini fanno il bagno corrono gridano schizzano impazziscono

quando mi lascio la strada alle spalle, arrivo sulla 5th e giro a sinistra
vado sempre dritto
finisco in un parco che non conoscevo
un parco su una collina
da qui si vede manhattan
da qui mi sdraio a guardare manhattan
insieme a messicani e cinesi
nel day off dei workers d’america guardiamo manhattan dal lato off
aspettando il tramonto a sunset park

s.

FAKE4HUMAN RIGHTS

In occasione del 60° anniversario della Dichiarazione
Universale dei Diritti dell’uomo la Fake Factory partecipa
al film ALL HUMAN RIGHTS FOR ALL, che prende il titolo dalla
Campagna di Sensibilizzazione indetta dalle Nazioni Unite
per il Cinquantenario della Dichiarazione. Un film prodotto
con il desiderio di sensibilizzare l’opinione pubblica, e in
particolare i giovani, sul significato attuale dei Diritti
Umani e di favorire ulteriori progressi nel riconoscimento e
nella tutela di tali Diritti.
Il film sarà composto da trenta cortometraggi, ispirati
ciascuno ai trenta articoli della Dichiarazione Universale.
Trenta storie, della durata di 2-4 minuti ciascuna, per
raccontare il tema universale dei Diritti Umani attraverso
lo sguardo particolare del cinema italiano.
Dal 13 al 17 luglio la Fake Factory ospita la
post-produzione del cortometraggio di Vittorio De Seta, uno
dei padri del documentario italiano, oltre che sceneggiatore
e regista cinematografico. Il cortometraggio è stato
girato in Calabria nel giugno scorso e riguarda l’articolo
23 della Dichiarazione, dedicato ai diritti dei lavoratori.

http://www.hrd2008.org/



#8-NY, Coney Island


Ne farò un’attrazione con donna nuda a Coney Island e diventerò ricco       (tipo: touch her boobs if u can!) 

ma cristo li dovevate vedere:
in 4
due con una macchinetta che può camminare in spiaggia
due sulla volante
che mettono in manette una messicana alta 150cm
perché vendeva acqua e gelati, col carretto, sulla spiaggia

poi ho avuto un’idea
la prima idea non è gran che, ma faceva ridere
la seconda idea è il mio primo racconto americano
L.O.L., si chiamerà: ovviamente: Lots Of Love
LOL è una giostra
stavo per dire un’ordalia, mi sono fermato in tempo
prendi due innamorati
prendi un innamorato, e la donna dei suoi sogni
donna sta per ragazzina, ça va sans dire
prendi una pettorina con un enorme cuore in rilievo
il cuore è una calamita
anche lei ha una calamita a forma di cuore
positive entrambe, si respingono

IF U LOVE HER, U CANNOT MISS HER

dice la scritta luminosa

immagina di andare verso l’oggetto amato
quando sei così giovane che ogni azione è una prova
immagina di non riuscire a raggiungerla
immagina di avere una calamita dietro la schiena, e altre calamite su altre schiene
di segni opposti
si attraggono, e se si toccano separarle è impossibile
e dove vai, se ti lasci attaccare schiena contro schiena da uno che ha un cuore di calamita e insegue la sua donna?
immagina di avere lei lì
a pochi passi
e non riuscire a stringerla tra le braccia mai
come una sorpresa da ovetto kinder
ma grande come una sfida che vale l’amore
davanti agli occhi del mondo
ho tutto ma mi mancano le parole…
non volevo annoiare, cmq
vi bacio, cmq
questo è un grande paese, cmq
s.

Fake#Life of a Screenwriter GRADUATION DAY pt2

“no papà, non sono pronto alla mia prima orgia”

lui sgrana gli occhi. “come no? io alla tua età ne avevo già fatte tre. adesso non fare l’intellettuale del cazzo, togliti quel muso lungo e andiamo a casa delle albanesi.” così mi tolgo il muso, che mi sembrava più che azzeccatto in effetti, perchè oggi mi sono laureato e mio padre mi sta per regalare un’orgia con due albanesi ventenni che credono che io sia un regista. provo a farlo ragionare: “papà, ma non credi che, ecco… sia un po’… fuoriluogo che tu, insomma, hai 50 anni, e sei mio papà e..” mio padre mi guarda. si ferma. ha un sorriso amaro sul volto. improvvisamente ho paura di averlo offeso, chi sono io per giudicarlo? “francesco” “papà, non volevo…” “tranquillo, lo so……. hai paura che ci vediamo il pisello e che non funzioni? hai paura del confronto, ma non devi, sono tuo padre, alla fine”. va bene. e che gli rispondi?

suoniamo il campanello della villetta a schiera. mio papà prova a farmi sentire il suo alito, ma declino gentilmente. ad aprirci la porta è la cameriera. si è fatta più carina e ha una canottiera decisamente troppo scollata. ancora prima di salutarla, mio papà si volta e mi sorride. sta pensando “maialona” così forte che mi sembra di sentirlo. dietro la cameriera, che ci invita ad entrare, fa capolino la sorella. è veramente bellissima. è delicata e sembra imbarazzata quanto me da questa situazione. quando mi saluta abbassa gli occhi e batte la punta del piede. meglio di qualsiasi scollatura. mio padre, esperto, chiede dove sono i genitori. la cameriera, maliziosa, risponde che sono in vacanza, aggiungendo “quando il gatto non c’è…” che viene chiusa da mio padre con “le tope ballano”. mi si gela il sangue. ma la cameriera ride di gusto.

ci sediamo tutti in salotto. le due ragazze iniziano a chiedermi com’è fare il regista. io cerco di rispondere meglio che posso, ma tanto, dopo poco, mi rendo conto che posso stare zitto perchè, in realtà, il regista è mio papà. questa è la sua festa, questo è il suo ambiente, al centro del palco dà il meglio di sè. la cameriera ride estasiata ad ogni cazzata. la sorella, invece, sorride di circostanza. mentre gli altri due se la ghignano le chiedo cosa fa. “devo finire la quarta ragioneria. mi hanno bocciato l’anno scorso così…”. noto solo ora che ha un filo di trucco. mi sembra di vederla, la cameriera esaltata, che obbliga la sorella a disegnarsi quel nero sotto gli occhi, che questo fa il cinema, bisogna farsi notare. “ho qualcosa che non va?” mi chiede la sorella preoccupata vedendo che la fissavo “no, no anzi io…” ma non faccio in tempo a finire la frase che vengo distratto da dei mugognii. quando mi volto vedo mio padre limonare come un quindicenne con la cameriera. lei, tutta minuta, è come inglobata da quell’omaccione che, ogni tanto, tira fuori la lingua, perchè crede sia sexy e non voglare. non ho parole. le tocca le tette, proprio come un ragazzino.

dopo cinque minuti di limone duro si staccano, e lei prende fiato. ci guardano come se fossimo noi i marziani che ancora bevono aranciata amara. mio papà scuote la testa con disappunto, si alza, e tende la mano alla cameriera: “andiamo di sopra?” lei lo guarda “di sopra c’è la mansarda. le camera da letto sono al piano terra”. “come vuoi, piccola” le risponde papà, malcelando la cazzata. lascia che sia lei a fargli strada. quando lei scompare dietro l’angolo ne approfitta per voltarsi verso di me e, solo muovendo le labbra, dirmi “r-i-c-c-h-i-o-n-e” bello scandito.

io e la sorella, di cui proprio non ricordo il nome, rimaniamo soli. non so  cosa dirle. anche lei sta in silenzio. dopo poco arrivano i primi gemiti. la cameriera sembra prediligere il “o mio dio, o mio dio”, mentre papà opta per un più classico “sì, sì” intervallato da qualche “cazzo”. mi viene da sorridere. “eh, il mio vecchio!” dico indicando la porta “eh, sempre così.” e la inizio come una storia divertente “pensa che quando avevo sette anni, e i miei ancora vivevano insieme, sono tornato a casa da scuola e, come tutti i giorni, mi sono messo in cucina a mangiare. mamma lavorava e papà pure, così mangiavo spesso solo. poi ho sentito dei rumori. era una casa vecchia, entravano spesso dei piccioni.” la sorella albanese mi ascoltava interessata “così ho preso una scopetta e sono andato in sala per scacciare il piccione, ma quando ho aperto la porta mi sono accorto che non c’era nessun piccione. era mio padre, a letto, con una donna. e non era mamma. stavano scopando, di brutto. ora che ci penso, credo se la stesse inculando. la sua faccia era tutta rossa, sudata, storta, con le vene. mi faceva paura.” lei si mette una mano sulla bocca. se ne accorge prima di me che sto piangendo. lacrime calde. “non gliel’ho mai detto. non l’ho mai detto a nessuno. tu sei la prima.” poi mi copro la faccia, perchè un po’ mi vergogno. lei si alza. si siede sulle mie ginocchia, mi sposta le mani e mi da un bacio dolcissimo, delicato come lei. “sai, non faccio il regista, mi spiace.” lei sorride. aveva già capito tutto.

quando mio papà è uscito dalla stanza sembrava soddisfatto. dopo pochi minuti ce ne siamo andati e io non ho mai più rivisto quelle due ragazze. in macchina sotto casa mia papà mi ha chiesto com’era andata “l’ho scopata di brutto pà” lui ha sorriso. “bravo ragazzo” e mi ha passato un assegno da mille euro. era il mio regalo di laurea. ci siamo salutati e lui se n’è andato sgommando. io sono rimasto solo, in mezzo alla strada. non gliel’ho detto per non farlo vergognare, ma non abitavo più in quella via. mi ero trasferito un anno fa. in silenzio, con solo le cicale a insistere, sono tornato a casa.